sabato 30 aprile 2011

Il fiume

"Il viaggiatore non ricordava bene com'era arrivato in quello strano posto, si sentiva stanco e ormai non ricordava più tante cose. Vedeva davanti a se un fiume , uno strano fiume con il quale si sentiva in qualche modo collegato.

Accanto al fiume vede una città e tanta gente che stranamente non guarda verso il fiume.
Il viaggiatore si avvicina a quella gente. Tutti si affannano, corrono di qua e di là, discutono, fanno dei progetti. Gli danno l'impressione di un gruppo di ragazzini che giocando cominciano a prendersi troppo sul serio, si accaldano e delle volte si azzuffano anche.
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E' passato di tempo da quando il nostro viaggiatore è arrivato in questo posto. Ormai quella città non gli pare più strana. E' la sua città e lui indossa dei vestiti uguali a quelli degli altri. Ha una casa, un lavoro, amici e ogni tanto anche una compagna.
Quel giorno non sa perché, scende dalla macchina ed entra in quel parco.
Ci passava accanto quasi ogni giorno andando al lavoro, ma non trovava mai il tempo per entrarci. Un bel posto, pensava lui, alberi, fiori, aria fresca, uccelli che cantano allegramente...
Su una panchina, accanto ad una fontana, vede una ragazza che lo sta guardando e gli fa un cenno. Lui si avvicina ed incominciano a discutere.
Da allora si sono visti più volte, lo stesso posto, accanto ala fontana.
Delle volte lui ha come l'impressione che lei gli leggesse i pensieri... Ma va, chi ci crede a queste cose... Semplice attrazione fisica, pensa lui.
Un giorno,mentre parlano ad un certo punto lui dice ridendo:
" Non ne posso più di tutti questi qua che parlano del fiume, oramai siamo nel XXI secolo, ancora con queste superstizioni!"
Lei lo guarda attentamente:
" Anch'io la pensavo come te..."
Lui la guarda stupito: " Anche tu!", "Mi sembravi una ragazza intelligente..."
" Ti dirò di più... Io il fiume l'ho visto anche. Per questo, qualsiasi ragionamento tu mi facessi, non potresti mai convincermi. Il fiume esiste, noi tutti veniamo di là e un giorno ci faremo ritorno. Solo che molti, troppi, l'hanno dimenticato. Mettendoci questi vestiti, questi occhiali che ci oscurano la vista, non riusciamo più a scorgere il fiume. Ogni tanto sentiamo il suono delle sue onde, ma non ricordando più il fiume, dimentichiamo presto anche l'insolito mormorio."
Lui non dice niente. Gli piace parlare con quella ragazza, però, delle volte, che dire, esagera, non sa quello che dice...
In fondo non costava nulla provare... Aveva accettato l'invito della ragazza e quel giorno avevano cambiato il posto dell'incontro. Lei sosteneva che in quel momento si trovavano proprio accanto al fiume. Ma lui non vede niente.
Lei sorride:
"Chiudi gli occhi ... Adesso ascolta..."

Alina

Piccolo uomo

Piccolo uomo, perché ti lamenti adesso? 
Dov'eri quando io piangevo sconsolata, dov'eri quando io ti stavo chiedendo un po' di attenzione, un po' di conforto? Eri sordo alle mie parole e mi volgevi le spalle quando ti chiedevo un po' di compagnia.
Pian piano la tua indifferenza mi ha avvelenata, il tuo egoismo mi ha incatenata.
A lungo ho sofferto in silenzio, ma ora devo reagire, altrimenti morirei in una lunga agonia.
Non mostrarti stupito adesso se vedi le mie lacrime trasformarsi in fiumi. E se senti fragore di tuoni sappi che sono le mie catene che si stanno spezzando.
Ho bisogno di aria, aria fresca e tanta, tanta acqua per pulirmi dalle tue offese.
Piccolo uomo, la mia liberazione è vicina e presto danzerò leggera insieme a chi mi ama.
                                                                                                                    La Natura


Alina

domenica 21 novembre 2010

Abbraccio

Con un tocco vorrei chiamarti,
In un abbraccio trattenerti
per poi restituirti a te stessa (anima)!

Nel ritmo di una musica dimenticata
Dentro nuovi sapori e colori respirare
E poi su ali di gioia
Nella meraviglia di un vuoto pieno
Volare!

domenica 5 settembre 2010

Inizi

Se la vita è fatta di alti e bassi e se per avere il nuovo bisogna superare le tattiche, allora per continuare la mia crescita avrei bisogno di un’altra buona strategia.
Ogni incontro shiatsu è la continuazione di un cammino, così parlare dell’ultimo incontro altro non è che aggiungere frasi ad un racconto iniziato tempo fa…
Ricordo il giorno in cui sono andata a Palermo per iscrivermi al corso di shiatsu. Non conoscevo Palermo e per trovare il posto, prima mi sono guardata bene la mappa della città. Curioso, seguire la mappa di una città per poi scoprire che da lì iniziava la mappatura di una vita…
Dev’essere che ero troppo disperata per decidere io, che mi ero accontentata fino ad allora di solo tattiche di sopravvivenza, di rischiare un’altra delusione. Così ho dovuto superare il conosciuto più o meno rassicurante, per la possibilità del nuovo. Era una strategia, ma non lo sapevo.
Volevo solo uscire dal conosciuto che era diventato troppo scontato e limitante.
E grande è stata la meraviglia di vedere venire a galla risposte a domande dimenticate, la sorpresa di scoprire nello shiatsu una via verso quello che in me si era assopito.
Istruttivo e sorprendente sentir parlare di punti di riferimento, smontare i meccanismi del dare per scontato e degli automatismi.
Stimolante ma anche terribile vedersi messo sempre di fronte ai propri limiti.
Gratificante iniziare ad intuire un senso dietro le esperienze, rendersi conto che nozioni teoriche come punti yu e bo, modelli culturali, mappature di meridiani yin e yang trovano un posto già scolpito in precedenza tramite i katà e negli incontri con altri corpi, altri vissuti.
Bello lo shiatsu che parla ad una parte più o meno dormiente dentro di noi, che parla la lingua di tutti, che racconta di vita ed in mezzo al relativismo fa intuire anche le costanti!
Meraviglioso camminare verso la parte selvaggia dentro di noi, quella che non si farà mai addomesticare per accettare regole e convinzioni distruttive, la fata dentro di noi che ci può prendere per mano e condurre verso il regno della Possibilità.

Alina

Nuovi sensi

- In doppio senso, ma più in un senso-

Per me l’italiano è una lingua acquisita da grande. Da bambina non conoscevo l’italiano, ma capitava di sentire delle canzoni italiane e qualche parola per assomiglianza la capivo. Ricordo quella canzone di Cutugno che diceva: " Lasciatemi cantare...". Per queste due parole, beh ci potevo arrivare, ma il seguito, nel ritornello, con la chitarra in mano, mi risultava assai più complicato, e dopo averci pensato un po’ mi sono decisa che si trattava di una sola parola, e per non aver sentito bene e molto spesso la canzone ho concluso che la chitarra in mano era un caraimano. Cantato veniva: caraimanooooo, na, na…
Poi negli anni, seguendo i canali televisivi italiani ho iniziato a capire sempre di più e così il caraimano ridiventava "chitarra in mano", "non mancate" che prima mi sembrava non mangiate ridiventava essere presenti, "ora" non era più solo un ora e così via. Le parole sentite avevano un nuovo senso e le pause si mettevano al momento e nel posto giusto .
Ripenso ai miei primi tempi nello shiatsu. All’inizio ci hanno proposto un kata, cioè una sequenza di movimenti da ripetere sempre nello stesso ordine. Dopo un po’ un secondo, e dopo ancora un terzo kata.
Ce li hanno dati dicendoci, provate, provate e riprovate e poi scoprirete da soli di cosa si tratta.
E così ho fatto. Il più spesso possibile, provato, provato, riprovato. E sofferto mal di schiena, male ai piedi, alle caviglie, alle gambe, al collo…
E pianto e poi riso e poi di nuovo pianto… E sono fuggita e poi tornata…
Ed eccomi qua, a ricordare e a consapevolizzare che quello che prima era solo una sequenza di movimenti, col tempo è diventato qualcos’altro…
In realtà la sequenza non si è mossa è rimasta tale e quale, a muovermi sono stata io.
Col tempo , con la pratica, quello che prima eseguivo in un modo tutto attaccato, adesso ha nuove pause, se prima seguivo un mio ritmo adesso provo a seguire quello più adatto e quello che prima non mi diceva niente adesso ha un senso.
O quello che mi sembrava significasse una cosa si è rivelata essere completamente un’altra.
Quindi nuove sensazioni e un nuovo senso.
Hai detto un nuovo senso? Ma in che senso?
;-)

Alina

Viaggio nello shiatsu

Un po' di tempo fa...
Un corso di shiatsu. Pensando di trovare una cosa che riguardava il pensiero orientale, i meridiani, rimedi per disfunzioni, per poi un giorno scoprire con meraviglia di aver trovato, sì, tutto questo, ma ancora molto di più…

Così io, un giorno d’inverno mi sono trovata tra sconosciuti a voler apprendere di una cosa sconosciuta. Mi sentivo sofferente di una cosa non definita, ma anche travolta più che mai dal desiderio di un “ non so cosa”…
Una situazione si vede meglio se si riesce a mettersi un po’ da parte, ad uscire un pochino da essa per poter osservarla meglio. O addirittura andando per tappe uscire quasi completamente da essa passando ad una fase successiva.
E così si parla di un prima e un dopo che poi sono sempre molto legati e si mandano continuamente richiami.
Quindi , nei miei primi tempi shiatsu ero sofferente, ma non sapevo o non osavo a dirlo. E un giorno mi sono scoperta ancora più dolente di prima e allora ho provato a fuggire . Ma ho fatto anche un viaggio , nel vero senso della parola e d’improvviso mi sono trovata a parlare diversamente, a guardare e fare richieste in modi più o meno insoliti.
Poi dopo qualche mese tornata e pronta a continuare l'altro viaggio, quello che spero mi accompagnerà per tutta la vita, lo shiatu.
E man mano che vado avanti nella scoperta dello shiatsu (e della vita), nuove persone, occasioni e nuovi punti di vista mi vengono incontro. Ed io mi ritrovo ogni giorno più stupita (ma è proprio vero!) e gli accaduti del passato iniziano a prendere contorno e più forte è la mia convinzione, più facilmente le vecchie paure ed i vecchi ostacoli si sciolgono rendendomi sempre più libera, sempre più forte.
E’ chiaro, non si può parlare dello shiatsu senza parlare della propria vita, perché lo shiatsu non è un sentiero parallelo, ma un cammino che s’intreccia continuamente con il vissuto di chi lo vuole vivere, respirare in ogni momento della sua esistenza.

Superfluo:
Sono un fiume, debole ai suoi inizi, stordito dagli ostacoli, ma che una volta ingrandito e cosciente dei suoi argini non si fa più fermare.
Sono una bilancia squilibrata da pesi sbagliati, ma che mani abili aiutano a farsi aggiustare.
Sono una barca in mezzo ad un mare agitato, circondata dalla nebbia, ma che un giorno più nero che mai ha intravvisto la luce lontana di un faro. E adesso la barca , attenta ai venti, al rumore e alle mosse delle onde impara a seguire le luci con la speranza di trovare un giorno mari più calmi e sole a posto della nebbia.
Speriamo buon vento!

Alina

Ritmi

Lo shiatsu mi insegna che ogni persona ha un suo ritmo.
C'è chi ha un ritmo alto, c'è il ritmo medio-alto, il ritmo lento...
Una piccola riflessione sui due ritmi opposti (complementari), il ritmo lento e quello veloce.
Un ritmo lento vuol dire una persona pacata, che fa le cose con calma, non ama la fretta e la confusione. Questa persona tende ad avere una vita interiore più complessa ma spesso va in accumulo di pensieri, desideri, fantasie... Mentre una persona con un ritmo veloce che fa salti acrobatici tra le varie situazioni della vita non ha tanto tempo per riflettere e ha la possibilità di smaltire in fretta i residui di pensieri.
E allora la persona che accumula , capita che ad un certo punto, ad un minimo eco, scarichi tutto l'ammasso come una valanga...
Il ritmo lento è spesso presente a se stesso e a quello che lo circonda, il ritmo veloce si fa trascinare dagli eventi ed è per lo più assente, è lui stesso vissuto senza viversi molto...
Ma esiste un ritmo ideale?
Esiste una tendenza evolutiva?
Forse c'è una tendenza , o almeno una meta di molti verso un ritmo lento, ma senza accumulo.
I grandi maestri dell'umanità insegnano che si deve raggiungere uno stato di pace interiore, senza desiderare, senza attacarsi a nulla.
L'occidentale incontra una grande difficoltà a capire il concetto. Cosa vuol dire non avere più desideri? Mica siamo morti...
Posso pensare ad uno stato intenso di concentrazione...
Un chirurgo che opera, un' artificiere che disinnesca una bomba, un alpinista su un tratto pericoloso della montagna. Sono situazioni molto delicate in cui ci vuole una salda concentrazione, non ci si può permettere la minima distrazione, né alcun pensiero superfluo.
E allora mi viene da pensare che vivere nel presente, nel qui e adesso voglia dire proprio questo. Vivere sempre uno stato intenso di presenza, senza pensieri di cosa non c'è, senza preoccupazioni, senza fantasticare...
Più o meno...

Alina

lunedì 14 giugno 2010

" La piccola fiammiferaia"

Clarissa Pinkola Estes:
"L'allontanamento della Fantasia Creativa. La bambina vive tra persone che non si curano di lei. Se per caso vi trovate in un ambiente del genere, abbandonatelo. La bambina è in un ambiente in cui quello che ha, dei piccoli fiammiferi di legno - l'inizio di qualsiasi possibilità creativa - non viene apprezzato. Se vi trovate in una condizione simile, voltate le spalle e allontanatevi. La bambina è in una situazione psichica che le consente poche scelte. Si è rassegnata al suo posto nella vita. Se è accaduto anche a voi, lasciate cadere la rassegnazione e scalciate.
Quando la Donna Selvaggia è messa con le spalle al muro, non si arrende: si butta, graffia e lotta.
Che cosa deve fare la Piccola Fiammiferaia? Se i suoi istinti fossero intatti, avrebbe parecchie scelte. Andare in un altro paese, infilarsi in un carro, rintanarsi in uno scantinato pieno di carbone. La Donna Selvaggia saprebbe che fare. Ma la Piccola Fiammiferaia non conosce più la Donna Selvaggia. La bambina selvaggia si congela, di lei resta una persona che va in trance.
Stare insieme a persone vere che ci riscaldano, che approvano ed esaltano la nostra creatività, è essenziale al flusso della vita creativa. Altrimenti ci congeliamo. Il nutrimento è un coro di voci, dal di dentro e dall'esterno, che nota lo stato in cui si trova una donna, si preoccupa di incoraggiarlo e, se necessario, di offrire conforto. Non so bene di quanti amici abbiamo bisogno, ma senz'altro di uno o due che ritengano il nostro dono, qualunque esso sia, "pan de cielo", pane degli angeli. Tutte le donne hanno diritto a un coro di alleluja.
Quando sono fuori al freddo, le donne tendono a vivere di fantasia invece che di azione.
La fantasia diventa un forte anestetico. Conosco donne dotate di splendida voce, donne che sono cantastorie nate, ma che sono isolate, o si sentono in qualche modo non autorizzate. Sono timide, e la timidezza spesso ricopre l'animo che muore di fame. Hanno difficoltà a sentire di essere sostenute dal di dentro, o dagli amici, dalla famiglia, dalla comunità.
Per evitare di essere come la Piccola Fiammiferaia, dovete intraprendere un'azione molto importante. Chiunque non sostenga la vostra arte, la vostra vita, non merita il vostro tempo. Duro ma vero. Altrimenti si vestono gli stracci della Piccola Fiammiferaia e si è costrette a vivere una vita assai parziale che congela i pensieri, la speranza, i doni, lo scrivere, il suonare, il disegnare, il danzare.
Il calore dovrebbe essere l'obiettivo principale della Piccola Fiammiferaia. Lei invece cerca di vendere i fiammiferi, la sua fonte di calore. Lascia cosà il femminino senza calore, senza ricchezze, senza saggezza, senza possibilità di ulteriore sviluppo.
Il calore è un mistero. Ci genera e ci cura. Scioglie cose troppo strette, ravviva il flusso, il misterioso bisogno di essere, il puro volo delle idee nuove.
La Piccola Fiammiferaia non si trova in un ambiente in cui può fiorire. Non c'è calore, né affetto né legna da ardere. Se fossimo al suo posto, che potremmo fare? Innanzi tutto non concepire il mondo fantastico che la Piccola Fiammiferaia crea accendendo i fiammiferi.
Esistono tre tipi di fantasia. Il primo è fonte di piacere, una sorta di gelato per la mente, come i sogni a occhi aperti. Il secondo è l'immaginazione intenzionale. Questa fantasia è come una seduta in cui si pianificano le cose, è come un veicolo che ci porta all'azione.
Tutti i successi - psicologici, spirituali, finanziari e creativi - cominciano con fantasie di questa natura. Il terzo tipo di fantasie è quello che porta tutto a uno stop, che ostacola la giusta azione nei momenti critici.
Purtroppo, queste sono le fantasie che la Piccola Fiammiferaia tesse. Fantasie che nulla hanno a che fare con la realtà, e implicano che nulla si può fare, se non buttarsi nella fantasia oziosa. Talvolta la fantasia è nella mente, talvolta arriva da una bottiglia di liquore, o da un ago per cucire, dall'erba, da tante stanze da dimenticare, complete di letto e occupate. In queste situazioni le donne fanno le piccole fiammiferaie in ogni loro notte di fantasie, e si risvegliano morte e gelate all'alba.
Come capovolgere la situazione e restaurare la stima dell'anima e la stima in sé?
Dobbiamo trovare una soluzione molto diversa da quella della Piccola Fiammiferaia.
Dobbiamo portare le nostre idee in un posto in cui trovino sostegno. E' un passo importantissimo: insieme al fuoco, trovare nutrimento. Rarissime sono le donne in grado di creare raccogliendo soltanto le proprie forze. Abbiamo bisogno dei colpetti d'ala di tutti gli angeli che riusciamo a trovare.
Assai spesso le persone hanno idee bellissime: pitturerò la parete del colore che mi piace; creerò un progetto che coinvolgerà tutta la città; farò delle mattonelle per il mio bagno, e se davvero mi piaceranno, ne venderò alcune; tornerò a scuola, venderò la casa e mi metterò a viaggiare, avrò un bambino, chiuderò con questo e comincerò con quello, andrò per la mia strada, aiuterò a raddrizzare quell'ingiustizia, proteggerò i deboli.
Progetti come questi vanno alimentati. Hanno bisogno di un sostegno vitale - da persone "calde". La Piccola Fiammiferaia è vestita di stracci, da tanto tempo ormai che la cosa le sembra normale. Nessuno potrebbe fiorire al punto in cui si trova. Noi vogliamo porci in una situazione in cui, come le piante e gli alberi, possiamo volgerci verso il sole. Ma il sole dev'esserci. Qui dobbiamo "muoverci", e non restare là sedute. Dobbiamo fare qualcosa per trasformare la nostra situazione. Altrimenti, ci ritroveremo in strada a vendere di nuovo fiammiferi.
Gli amici che vi amano e appoggiano calorosamente la vostra vita creativa sono il miglior sole del mondo. Se una donna, come la Piccola Fiammiferaia, non ha amici, si congela per l'angoscia e talvolta anche per la collera. E se ne ha, non sempre sono un sole.
Magari le offrono conforto invece di aprirle gli occhi sulla situazione sempre più congelata in cui si trova. Il conforto è cosa diversa dal nutrimento. Se portate una pianta fuori, al sole, le date da bere, e poi le parlate, questo è nutrimento. La donna congelata priva di nutrimento tende a elaborare continui sogni a occhi aperti, sul “come sarebbe se”. Ma anche se è in questo congelamento, specialmente se si trova in una siffatta condizione, deve rifiutare la fantasia confortevole. E' una fantasia che uccide.
Sapete bene come vanno le fantasie letali: “Un giorno...” e “Se solo avessi...” e “Lui cambierà...” e “Se solo imparassi a controllarmi... quando sarò davvero pronta, quando avrò X.Y.Z, quando i bambini saranno grandi, quando mi sentirò più sicura, quando troverò un altro, non appena...” e cosà di seguito.
La Piccola Fiammiferaia ha una nonna interiore che, invece di urlarle: “Svegliati! Alzati!
Cerca il caldo a tutti i costi!” la trascina nella vita della fantasia, la porta in paradiso. Ma in questa situazione il paradiso non aiuta la Donna Selvaggia, la piccola selvaggia in trappola, o la Piccola Fiammiferaia. Queste fantasie confortevoli non devono essere accese. Sono distrazioni seducenti, e letali, dalla realtà. Vediamo la Piccola Fiammiferaia dedicarsi a un commercio insensato, poiché vende l'unica cosa che potrebbe tenerla al caldo. Quando le donne sono distaccate dall'amore capace di alimentare della madre selvaggia, seguono l'equivalente di una dieta per la sopravvivenza. L'io tira avanti con lo scarsissimo alimento che trova fuori, e ogni notte lei ricomincia da dove ha cominciato. E poi dorme, esausta. Non può risvegliarsi a una vita con un futuro perché la sua esistenza miserabile è come un uncino da cui quotidianamente pende. Nelle iniziazioni, passare un periodo di tempo in condizioni difficili fa parte di uno smembramento dall'agio e dalla compiacenza. Quale passaggio iniziatico, arriverà a una conclusione, e la donna “smerigliata” comincerà una vita creativa e spirituale rinnovata e resa più saggia. Si direbbe invece che alle donne nella situazione della Piccola Fiammiferaia l'iniziazione è andata storta. Le condizioni ostili non servono per approfondire ma per decimare. Occorre scegliere un'altra sede, un altro ambiente, con sostegni e guide diversi.
Storicamente, e in particolare nella psicologia maschile, malattia, esilio e sofferenza sono spesso intesi come uno smembramento iniziatico, gravido talvolta di significato. Ma per le donne ci sono altri archetipi di iniziazione che nascono dalla psicologia innata e dalla fisicità femminile: uno è dare la vita, l'altro il potere del sangue, cosà come essere innamorate o ricevere un amore che alimenta e nutre. Ricevere la benedizione da una persona cui si guarda, essere istruite in un modo profondo e che offre sostegno da una persona più anziana, queste sono iniziazioni intense, e che hanno le loro tensioni e le loro resurrezioni.
Si direbbe che la Piccola Fiammiferaia molto si è avvicinata, e molto è rimasta lontana dalla fase di transizione del movimento e dell'azione che avrebbe completato l'iniziazione. Se pure possedesse il materiale per un'esperienza iniziatica nella sua povera vita, non c'è nessuno, dentro o fuori, a guidare il processo psichico.
Psichicamente, nel senso più negativo, l'inverno porta il bacio della morte - cioè il freddo - a tutto ciò che sfiorisce. La freddezza suona la fine di ogni relazione. Per uccidere una cosa, basta mostrarsi freddi nei suoi confronti. Non appena si diventa gelidi nel sentimento, nel pensiero o nell'azione, la relazione diventa impossibile. Quando gli esseri umani vogliono abbandonare qualcosa che hanno dentro o lasciare qualcuno fuori al freddo, ignorano, abbandonano, se ne sbarazzano, e si allontanano per non udirne neanche la voce, per non sfiorare neanche con lo Sguardo. Questa è la situazione nella psiche della Piccola Fiammiferaia. La Piccola Fiammiferaia vaga per le strade e prega i passanti di comprarle i fiammiferi. La scena mostra una delle cose più sconcertanti sull'istinto danneggiato delle donne: l'offerta della luce a poco prezzo. Qui le piccole luci dei fiammiferi sono come le più grandi luci degli scheletri sui bastoni nella storia di Vassilissa. Rappresentano la saggezza e, cosa ancor più importante, accendono la consapevolezza, sostituendo all'oscurità la luce, riaccendendo quanto era ridotto in cenere. Il fuoco è il simbolo più importante del rivivificatore della psiche.
Qui abbiamo una Piccola Fiammiferaia bisognosa, che offre una cosa di grandissimo valore - una luce - contro una modestissima - un penny. Se “questo valore dato in cambio di poco” sta nella nostra psiche, o è esperito da noi nel mondo esterno, i risultato è il medesimo: ulteriore perdita di energia. Allora una donna non può più soddisfare le proprie necessità. Qualcosa che vuol vivere prega, ma non è ascoltato. Abbiamo qui una persona che, come Sofia, lo spirito greco della saggezza, porta la luce dall'abisso, ma lo svende in inutili fantasie. Cattivi amanti, capi scorretti, situazioni di sfruttamento, scaltri complessi di ogni sorta tentano la donna a fare queste scelte. Quando la Piccola Fiammiferaia decide di accendere i fiammiferi, usa le sue risorse per fantasticare invece che per agire. Usa la sua energia per qualcosa di effimero. Ciò si manifesta in modi ovvi nell'esistenza femminile. Una è decisa a frequentare l'università,
ma impiega tre anni per decidere la facoltà. Un'altra vuole dipingere una serie di quadri, ma siccome non ha un posto in cui appenderli, la pittura non è più prioritaria. Vuole far questo o quello, ma non si concede il tempo per apprendere, per sviluppare la sensibilità o l'abilità per farlo bene. Ha quaderni pieni di sogni, ma, affascinata dalla loro interpretazione, non si preoccupa di trasformare in azione il loro significato. Sa di dover partire, iniziare, smettere, andare, ma non ne fa nulla.
E vediamo dunque perché. Quando una donna non riesce più a sentirsi, quando il sangue, la passione non raggiunge più le estremità della psiche, quando è disperata, allora una vita fantastica è molto più piacevole di qualsiasi cosa su cui possa posare lo sguardo. Le piccole luci dei fiammiferi, poiché non hanno legna da ardere, riducono la psiche in cenere come fosse un bel ciocco secco. La psiche prende a giocarsi dei brutti tiri da sola: vive nel fuoco fantastico dei desideri tutti soddisfatti. Questo fantasticare è come una bugia: se la ripeterete, finirete per crederci.
Questa sorta di angoscia di conversione, in cui problemi o questioni sono rimpiccioliti dal fantasticare con enorme entusiasmo soluzioni irrealizzabili o tempi migliori, non soltanto aggredisce le donne, ma è il principale scoglio per tutta l'umanità. La stufa nella fantasia della Piccola Fiammiferaia rappresenta i pensieri pieni di calore. E' anche simbolo del centro, del cuore, della terra. Ci dice che la sua fantasia è per il vero io, il cuore della psiche, il calore di una casa dentro.
Ma d'improvviso la stufa svanisce. La Piccola Fiammiferaia, come tutte le donne in questa difficile situazione psichica, si ritrova seduta nella neve. Dunque questo tipo di fantasia èeffimero e distruttivo. Non può bruciare altro che la nostra energia. Anche se una donna usa le sue fantasie per tenersi al caldo, continua ad avvolgersi nel grande gelo. La Piccola Fiammiferaia accende altri fiammiferi. Ogni fantasia si estingue, e di nuovo la bimba è nella neve, al gelo. Quando la psiche si congela, una persona si volge soltanto verso se stessa. Accende il terzo fiammifero. Il tre è il numero magico, il punto in cui dovrebbe accendere qualcosa di nuovo. Qui, siccome la fantasia schiaccia l'azione, non accade nulla di nuovo. E' strano trovare nella storia l'albero di Natale, che nasce da un simbolo precristiano della
 vita eterna - il sempreverde. Forse questo potrebbe salvarla, l'idea della psiche-anima sempre-verde, sempre-in-crescita, sempre-in-moto. Ma la stanza non ha soffitto. La psiche non può contenere l'idea della vita. L'ipnosi ha la meglio. La nonna cosà affettuosa, cosà gentile, è la morfina finale, l'ultima goccia di cicuta. Trascina la bimba nel sonno della morte. Nel suo senso più negativo è il sonno della compiacenza, il sonno del torpore - “Va tutto bene, ce la faccio a sopportare”; il sogno del diniego - “Sembro soltanto nell'altro modo”. E' il sonno della fantasia malevola, in cui speriamo che ogni pena magicamente sparirà. E' un fatto psichico che quando la libido, o l'energia, si indebolisce tanto che il suo respiro non appanna più lo specchio, compare la natura Vita/Morte/Vita, impersonata nella storia dalla nonna. E' suo compito arrivare alla morte di qualcosa, tenere in incubazione l'anima che si è lasciata dietro il suo involucro, e prendersene cura finché non potrà rinascere. E questa è la felicità della psiche: anche se il finale è doloroso, come per la Piccola Fiammiferaia, c'è sempre un raggio di luce. Perché la Donna Selvaggia della psiche scaglierà vita nuova nella mente della donna, dandole ancora una volta l'occasione per agire in prima persona. Come possiamo evincere dalla sofferenza che comporta, è molto meglio guarire dalla dipendenza dalla fantasia che restare in attesa, desiderando e sperando di essere risollevate dalla morte."

venerdì 16 aprile 2010

Questione di gusti - metafora o riflessione cavallina

Era nato in una fattoria né troppo grande, né troppo piccola, sui 230 cavalli. Lui era Nil, un cavallo bianco, di costituzione piuttosto delicata. Era nato, come avrebbe scoperto più tardi, in cattività, come tutti i cavalli di quella fattoria.
Fin da piccolo aveva seguito diversi corsi di addestramento dove veniva insegnato che in origine le fattorie erano state opera di una certa specie chiamata uomo. Insomma una teoria piuttosto vaga. Alcuni sostenevano che in seguito a cambiamenti climatici, inversione di poli, cambiamenti di frequenza e magnetismo del pianeta, l’uomo sarebbe passato su un altro piano di esistenza, altri invece affermavano che l’uomo fosse scomparso come conseguenza di qualche catastrofe da lui stesso prodotta.
Si raccontava ancora di cavalli liberi ,selvaggi, che l’uomo avrebbe catturato ed addomesticato per le sue necessità. Cavalli capaci di salti e velocità inimmaginabili ai giorni d’oggi, cavalli che fossero stati capaci di trovare una strada anche al buio, presentire terremoti ed altre catastrofi.
Poi appunto la scomparsa dell’uomo dal pianeta e l’evoluzione del cavallo, un cavallo razionale , la specie più evoluta presente sul pianeta.
Vivevano in condizioni assai difficili, in fattorie più o meno grandi coordinate da gruppi di cavalli scelti e fin da piccoli erano insegnati a pregare per il ritorno dell’uomo che avrebbe saputo rimettere ordine e provvedere ai loro bisogni.
Ma sinceramente Nil non credeva all’esistenza di questo meraviglioso uomo.
Era sempre più convinto che il cavallo fosse opera della natura, diciamo un qualche incidente della materia, una combinazione casuale che aveva fatto nascere la materia e le forme di vita esistenti.
A Nil piaceva tanto riflettere e seguiva tanti corsi. Beh, sinceramente a lui piaceva di più la parte teorica, gli piaceva ascoltare, riflettere, per il piano pratico diciamo che non si sentiva portato. Guardava attentamente gli altri, i loro modi di fare, il modo di correre, saltellare, mangiare anche …
Un giorno menato dalla curiosità , dalla noia, e soprattutto per causa di quell’insoddisfazione che si portava dietro da sempre, decise di cambiare fattoria. Altre usanze, altri suoni, però in fondo e in sostanza il cavallo era sempre lo stesso, un’essere complesso, difficile da comprendere. In seguito avrebbe capito che poteva cambiare quante fattorie voleva, avrebbe portato dietro sempre lo stesso Nil, quel cavallo sempre scontento , in cerca di chissà cosa.
In questa nuova fattoria si era ritrovato a seguire un corso assai interessante, un’ adattamento di una tecnica umana (beh, per modo di dire, lui all’uomo non ci credeva mica), un corso di tocco. Si parlava lì di vitalità, di sostegno, ritmi, ascolto, contatto, punti di riferimento, stabilità e movimento, crescita, di energia, di punti vitali…
E lui ne rimase affascinato.
Scopriva che il corpo conservava una sua memoria, la quale si rifletteva nel tono muscolare, nei movimenti, nelle posture, attraverso soglie percettive e sensazioni interne e che certe contratture potevano raccontare di emozioni cristallizzate, di eventi non capiti e conservati come difesa o non accettazione di un qualcosa.
Rifletteva Nil anche sui meccanismi, sui modi di agire, di reazioni condizionate , di automatismi e tattiche nate dalla necessità di tecniche e scorciatoie che permettano il minor sforzo possibile. E ancora voleva capire in qualche modo , che se è vero che tutto cambia in base al punto di riferimento, cosa che implica l’esistenza di più modelli culturali, se giudicare in termini di bene e male, buono e cattivo è piuttosto limitante, beh, se ogni cosa è complementare, allora alla fine, se il giusto e sbagliato sono così relativi, diciamo che in fin de conti le scelte diventano una questione di gusti.
E adesso che si parlava di memoria, ricordava di aver sentito racconti di cavalli che magari in seguito ad un’ incidente perdevano una zampa e loro continuavano a sentirla in qualche modo anche se questa mancava come forma fisica.
Aveva sentito anche di cavalli creduti morti e poi tornati in vita raccontavano di aver visto una luce bianca, di essersi sentiti leggeri senza alcun peso. Ne aveva incontrato anche Nil due di questi cavalli e poteva dire che erano dei tipi molto vivaci, con una grande voglia di vivere, creativi , altruisti e ottimisti.
Quindi ci sarebbe la memoria legata all’emozione e alla ripetitività di un evento, poi la memoria espressa anche nelle contrazioni del corpo, e agire su queste liberare sensazioni e ricordi; una memoria di parti del corpo anche se non più presenti e una memoria di fatti che non dovresti avere in quanto in fase inconscia. E poi ci sarebbe una memoria innata. Allora più memorie sulle quali si formava il carattere e un modello di rappresentazione della realtà.
Di nuovo gli torna in mente quel pensiero:
E se quel cavallo selvaggio, capace di cose oggi impensabili, fosse realmente esistito?
E se questo pensiero fosse in qualche relazione con quella memoria (mente profonda) con programmi di base, la memoria ereditata?
E se fosse possibile ricuperare quelle straordinarie capacità?
Considerare questa possibilità lo faceva stare bene, si sentiva più forte e nuove idee gli venivano incontro.
Così la vita diventava il terreno di manifestazione di infinite possibilità dove le forme di vita sono immagini riflesse su realtà multiforme dentro le quali diventa possibile allargare i propri confini per fare posto a nuove sensazioni, nuovi profumi e sapori ancora più decisi e più ricchi di sensi, possibile muoversi nella direzione dei propri sogni per uscire dalle gabbie strette e soffocanti delle ordinarie convinzioni.

Alina

mercoledì 24 marzo 2010

Un altro tempo

C’era una volta, e continuano alcune fiabe rumene, perché se non ci fosse stato, non si sarebbe raccontato…

Dunque c’era una bambina nata e cresciuta in città. Come tanti altri bambini. E come tanti altri bambini ancora , alcuni giorni delle vacanze estive li passava dai nonni, che abitavano pure in città , ma in estate si trasferivano per un periodo in campagna.
La casa dei nonni era quasi in margine al villaggio, dopo il quale iniziava , il parco lo chiamavano, ma era piuttosto un piccolo bosco con un castello dentro , un frutteto , un piccolo cimitero. Una volta erano appartenuti ad un nobile, adesso erano un po’ di tutti. E la bambina ci andava spesso, tante volte col nonno. Al castello c’erano tanti fiori, e sui muri tanti di quelle teste di leoni e ogni volta che li vedeva con la bocca aperta le veniva da infilarci dentro la manina. Tanto non mordevano mai. Poi tra gli alberi le capitava di vedere qualche scoiattolo dalla coda rossa e folta (anni dopo ne avrebbe visti in un posto di montagna una specie più piccola , nera e si chiamavano tutti Marianna), i picchi di cui si dicevano che fossero i dottori degli alberi e le lucciole. A volte ne prendeva qualcuna e la metteva in qualche scatolina trasparente. Pensava dovessero essere contente di avere una loro casetta, poi le scopriva morte e sorgeva il sospetto che non fossero tanto contente di essere inscatolate.
Come quei pulcini tutti morbidi e bellini che tremavano forte, forte quando li prendeva tra le mani. E il gatto che stufo di esser tirato per la coda, graffiava forte e scappava.
Ogni tanto andava col nonno o qualche amica più grande al pozzo per prendere acqua e le dicevano di fare attenzione, non sporgersi troppo, perché la dentro c’era qualcuno che tirava dentro i bambini troppo curiosi. E la bambina ci guardava dentro, e sì, veramente c’era qualcuno là. Ma il pozzo era profondo e non si vedeva bene chi o cosa fosse. Pure la sua voce era diversa quando ci gridava dentro. Comunque si era proposto di guardarci solo quando c’era qualcuno intorno si sa mai…
Poi le avevano detto, ogni qualvolta andava in giro da sola, di salutare le persone anche se non le conosceva. E lei da brava bambina eseguiva. Ma grande era la sua sorpresa quando al suo saluto le persone rispondevano con un grande sorriso e le domandavano di chi fosse. In città si salutavano solo i conosciuti, quali in fretta passavano oltre e quindi questi sconosciuti volevano sapere di lei?
E cosa voleva dire : di chi sei? Era forse di qualcuno?
Una volta , mentre era insieme alla sua amica migliore che abitava nel villaggio, incontrarono una vecchia, vestita in modo strano e con un solo dente. Non fosse stato per il fatto che l’avevano già informata altri bambini che le streghe non esistono , e che era in compagnia, sarebbe scappata dimenticando la buona educazione. Altro che entrare nella casa della signora. E c’era pure il forno! Meglio guardare da un’altra parte. Stupore nel sentire da quella signora, mentre parlava con loro, che anche lei leggeva le fiabe!
Poi c’erano le mucche che la sera facevano ritorno a casa e lei scappava subito nel giardino dei nonni. Si meravigliava di come sapevano venire da sole a casa quelle mucche e fermarsi davanti al cancello dei loro padroni. Aveva sentito l’espressione “ Guardare come la mucca davanti ad un cancello nuovo” e pensava, allora se qualcuno voleva fare uno scherzo e cambiare cancello, chissà se la mucca passava oltre e rimaneva fregata. Tanto a lei facevano un po’ antipatia quelle mucche e a lei non piaceva neanche il latte…
Quando pioveva si metteva in veranda sbirciando tra i grappoli d’uva ancora verdi. Ogni tanto ne assaggiava qualche chicco, brrr, che asproooo.
Il melo nel giardino preparava le sue buone mele, le prugne e le pere si potevano già mangiare. Qualche volta la nonna la mandava a raccogliere una certa pianta che lei chiamava la coda del topolino e usava molto per le tisane.
E la sera si cenava a lume di candela ascoltando i nonni o raccontando la giornata.
E poi si faceva ritorno in città. Di nuovo la scuola, gli amici, i giochi, i libri, il pianoforte…
Ricorda ancora quel giorno , prima delle vacanze estive, di incontro tra i suoi colleghi della classe di pianoforte ed i loro genitori. Si organizzava una festa di fine anno e ognuno doveva esibire un pezzo. La sala era bellissima, con tante luci, specchi, un bel pianoforte nero a coda e tanti fiori intorno.
Che paura quel giorno! La bambina avrebbe voluto scappare, ma non volendo deludere , non ha detto niente e quando è arrivato il suo turno si è alzata e ha suonato come meglio poteva. Finito il pezzo si è sentita di colpo molto sollevata e quando ha sentito gli applausi e qualche “Brava!” le è sembrato di sentirsi in un certo modo, come svegliata in quel momento per il rumore e fatto un inchino se n'è andata molto stranita.
Lasciamo la bambina dentro ai ricordi a continuare le sue scoperte.

Ma è rimasto sospeso in aria quel pensiero della paura e la voglia di fuggire. E se magari tutti gli artisti un giorno scappassero ? “ Spiacenti, stasera niente spettacolo, il protagonista ha troppo paura, si riprova domani. ”
In realtà in tanti lo fanno veramente. Ogni giorno qualcuno scappa, ogni giorno qualcuno evita, qualcuno rinvia per un'altra volta quando si sentirà più preparato, più forte, più coraggioso…
Chissà se poi alla fine del nostro spettacolo ci sembrerà, come alla bambina, di destarci di colpo in un altro tempo, con un forte sentimento di consenso, di piacere condiviso e finita la parte, finalmente la PACE…

Alina

giovedì 28 gennaio 2010

Specchio, specchio delle mie brame...

Quando avevo 16 anni, esattamente la metà di quelli di adesso, pensavo che gli adulti avessero torto a non darci molto conto a noi giovani, che io per quegli anni di scuola ero più colta di molti di loro (aaah!) e che avevo già capito tante cose, che insomma da quel momento in poi mi consideravo così saggia e che la vita ormai non aveva più segreti per me.
Ah, l’arroganza della gioventù, ah l’incoscienza dell’ignoranza!
In seguito la vita , pur scappando il più possibile, non mi ha risparmiata e colpo su colpo è riuscita a smussare la mia arroganza.
Quanto mi credevo brava e intelligente a 16 anni!
Chino la testa e riconosco la mia ignoranza, la mia piccolezza. Proprio per essermi creduta più di quanto non fossi da una parte, e meno di quello che ero da un’altra parte, sono riuscita a fare e scoprire così poco che mi pare di non avere neanche vissuto, ma solo sognato di farlo.
In un certo senso mi sembra di non essere stata viva che per pochissimi istanti e allo stesso tempo mi pare di essere già morta a quella di prima.
Quindi prima non eri viva e adesso sei morta? Eh?
Se vorrò tornare a vivere, di una vita più vera, allora dovrò fare molta attenzione a non cadere più:
Nella trappola dei rivoltati.
Nella trappola dei giusti che vogliono dimostrare che tutto quello che fa guadagnare qualcuno è sbagliato, che la religione e la politica non hanno valori.
Nella trappola di quelli che ti additano dicendoti di essere cieco e non ti accettano fino a quando non fai e dici come loro.
Nella trappola di chi si dà il nome di un'altra realtà per poi metterti sempre davanti immagini di sofferenza invitandoti a combatterli.
Ma io non voglio lottare contro, perché la lotta mi dà l’idea della violenza. E con la violenza non si raggiungerà mai la pace. Mettendoti sempre davanti gli orrori, le ingiustizie, parlarne sempre, combatterli, non fa che aumentare il loro potere, perpetuare la paura, la rivolta e la violenza. Quello che fa paura indebolisce, mentre la bellezza dona sempre forza, vitalità.
Perciò io voglio lavorare per. Per la mia crescita, per la mia pace e quella degli altri, per la bellezza, per l’amore.
Con la lotta si va sempre in cerchio. Invece noi abbiamo bisogno di una spirale, di modo che ci sia solo l’illusione di tornare al punto di partenza. Ci deve essere una crescita.
Che poi alla fine si potrebbe concludere tutto con un cerchio. Ma in quel cerchio non sei lo stesso della partenza. Sei sempre te stesso in essenza, ma nel lavoro della coscienza sei uno che ha perso tanto del bagaglio iniziale, una perdita, meglio dire una rinuncia necessaria per fare posto a un nuovo più consapevole.
Alla fine magari possiedi un numero uguale di conoscenze, di qualità, ma la loro materia è diversa, fatta di luce, fatta di intercorrispondenza.
Come nella fiaba Biancaneve, chi crede di essere apprezzabile per la sua bellezza di questa facendosi un’identità e cerca di danneggiare un altro per non sentirsi sminuito, questi perderà la sua bellezza, ma chi la sua bellezza la vede come qualcosa di perfettibile e in nessun caso superiore ad un’altra, allora questa sua iniziale bellezza lo condurrà verso qualcosa di nuovo, di più grande ancora...
Come diceva il buon Pascal?
“ Non bisogna che l’uomo creda di essere uguale alle bestie, o agli angeli, né ch’egli ignori l’una e l’altra cosa, ma bisogna che conosca entrambe.
419. Non tollererò che si adagi né nell’una né nell’altra cosa, affinché essendo senza sostegno e senza riposo…
420. S’egli si vanta, io l’umilio, se si umilia lo vanto; e sempre lo contraddico, finché non si renda conto di essere un mostro incomprensibile.
421. Alla stessa stregua biasimo e coloro che prendono la risoluzione di lodare l’uomo, e coloro che prendono quella di biasimarlo, e coloro che prendono quella di pensare ad altro; e posso approvare soltanto coloro che cercano gemendo.
422. E’ buona cosa essere stanchi e spossati per l’inutile ricerca del vero bene, al fine di tendere le braccia al Liberatore.
423. Contrarietà. Dopo aver mostrato la bassezza e la grandezza dell’uomo. - L’uomo valuti a questo punto il suo valore. Ami se stesso, perché c’è in lui una natura capace di bene; ma non ami per questo le bassezze che sono in essa. Disprezzi se stesso, perché quella capacità è vacua; ma non disprezzi per questo tale capacità naturale. Odi se stesso, ami se stesso: egli ha in sé la capacità di conoscere la verità e si essere felice; ma non possiede alcuna verità costante o soddisfacente.
Vorrei dunque portare l’uomo a desiderare di trovarne, a essere pronto e libero dalle passioni, per seguirla dove la troverà, sapendo quanto la sua conoscenza sia oscurata dalle passioni; vorrei davvero che egli odiasse in sé la concupiscenza che riesce da sé a farlo determinare, affinché essa non lo accechi nel fare la scelta, e non lo arresti, a scelta avvenuta.
424. Tutte queste contrarietà, che sembrano maggiormente allontanarmi dalla conoscenza della religione, son proprio quelle che mi hanno più presto condotto a quella vera.”

Alina

lunedì 4 gennaio 2010

FESTINA LENTE

E tecnologia fu! E così avemmo anche la televisione, i cellulari , i computer e l’Internet. Ci scoprimmo affamati di bellezza, di notizie, di contatto e di relazioni. Fummo sopraffatti dalla quantità di informazioni e di cose da fare.
E di colpo qualcuno si è sentito stanco, come alla fine di una lunga, angosciosa corsa.
Da troppo tempo che inghiottiamo quantità enormi di informazioni. E' giusto che adesso impariamo a distinguere tra il superfluo e la necessità.

Ogni tanto prendiamoci del tempo per guardare le cose come se fosse la prima volta che le vediamo, ogni tanto ascoltiamo il nostro respiro ed il silenzio dietro il rumore.
Rallentiamo la corsa e ricordiamoci dei nostri veri bisogni.
Ricordiamoci di vivere!

Alina

lunedì 28 dicembre 2009

Lettere contro la guerra, Terzani

LETTERA DALL'HIMALAYA
Che fare?
Nell'Himalaya indiana, 17 gennaio 2002   

Mi piace essere in un corpo che ormai invecchia. Posso guardare le montagne senza il desiderio di scalarle. Quand'ero giovane le avrei volute conquistare. Ora posso lasciarmi conquistare da loro. Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l'uomo si sente ispirato, sollevato. Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci è diffìcile riconoscerla. Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo, attraverso i secoli, tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell'Himalaya sperando di trovare in queste altezze le risposte che sfuggivano loro restando nelle pianure. Continuano a venire.
L'inverno scorso davanti al mio rifugio passò un vecchio sanyasin vestito d'arancione. Era accompagnato da un discepolo, anche lui un rinunciatario.
" Dove andate, Maharaj? " gli chiesi.
"A cercare dio", rispose, come fosse stata la cosa più ovvia del mondo.
Io ci vengo, come questa volta, a cercare di mettere un po' d'ordine nella mia testa. Le impressioni degli ultimi mesi sono state fortissime e prima di ripartire, di "scendere in pianura" di nuovo, ho bisogno di silenzio. Solo così può capitare di sentire la voce che sa, la voce che parla dentro di noi. Forse è solo la voce del buon senso, ma è una voce vera.
Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo.
L'esistenza qui è semplicissima. Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l'acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco - a volte anche un leopardo -, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all'osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore ad ogni piccola cosa. La semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.
A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d'impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.
Eppure, dinanzi alla complessità di meccanismi disumani - gestiti chi sa dove, chi sa da chi - l'individuo è sempre più disorientato, si sente perso, e finisce così per fare semplicemente il suo piccolo dovere nel lavoro, nel compito che ha dinanzi, disinteressandosi del resto e aumentando così il suo isolamento, il suo senso di inutilità. Per questo è importante, secondo me, riportare ogni problema all'essenziale. Se si pongono le domande di fondo, le risposte saranno più facili.
Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica l'affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l'economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?
" In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci, "si dice. " Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova?" rispose Gandhi a chi gli faceva questa solita, banale obbiezione. L'idea che l'uomo possa rompere col proprio passato e fare un salto evolutivo di qualità era ricorrente nel pensiero indiano del secolo scorso. L'argomento è semplice: se l'homo sapiens, quello che ora siamo, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest'uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto col prossimo e meno rapace nei confronti del resto dell'universo?
E poi: siccome questa evoluzione ha a che fare con la coscienza, perché non provare noi, ora, coscientemente, a fare un primo passo in quella direzione? Il momento non potrebbe essere più appropriato visto che questo homo sapiens è arrivato ora al massimo del suo potere, compreso quello di distruggere sé stesso con quelle armi che, poco sapientemente, si è creato.
Guardiamoci allo specchio. Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi millenni abbiamo fatto enormi progressi. Siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare sott'acqua come pesci, andiamo sulla luna e mandiamo sonde fin su Marte. Ora siamo persino capaci di donare la vita. Eppure, con tutto questo progresso non siamo in pace né con noi stessi né col mondo attorno. Abbiamo appestato la terra, dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e reso infernale la vita degli animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo " amici " e che coccoliamo finché soddisfano la nostra necessità di un surrogato di compagnia umana.
Aria, acqua, terra e fuoco, che tutte le antiche civiltà hanno visto come gli elementi base della vita - e per questo sacri - non sono più, com'erano, capaci di auto-rigenerarsi naturalmente da quando l'uomo è riuscito a dominarli e a manipolarne la forza ai propri fini. La loro sacra purezza è stata inquinata. L'equilibrio è stato rotto.
Il grande progresso materiale non è andato di pari passo col nostro progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l'uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco. Da qui l'idea che l'uomo, coscientemente, inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicità, dovrebbe rivolgersi anche all'esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di sé.
Idee assurde di qualche fachiro seduto su un letto di chiodi? Per niente. Queste sono idee che, in una forma o in un'altra, con linguaggi diversi, circolano da qualche tempo nel mondo. Circolano nel mondo occidentale, dove il sistema contro cui queste idee teoricamente si rivolgono le ha già riassorbite, facendone i " prodotti " di un già vastissimo mercato " alternativo " che va dai corsi di yoga a quelli di meditazione, dall'aromaterapia alle " vacanze spirituali " per tutti i frustrati della corsa dietro ai conigli di plastica della felicità materiale. Queste idee circolano nel mondo islamico, dilaniato fra tradizione e modernità, dove si riscopre il significato originario di jihad, che non è solo la guerra santa contro il nemico esterno, ma innanzitutto la guerra santa interiore contro gli istinti e le passioni più basse dell'uomo.
Per cui non è detto che uno sviluppo umano verso l'alto sia impossibile. Si tratta di non continuare incoscientemente nella direzione in cui siamo al momento. Questa direzione è folle, come è folle la guerra di Osama Bin Laden e quella di George W. Bush. Tutti e due citano Dio, ma con questo non rendono più divini i loro massacri.
Allora fermiamoci. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla prospettiva dei nostri pronipoti. Guardiamo all'oggi dal punto di vista del domani per non doverci rammaricare poi d'aver perso una buona occasione. L'occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l'etica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l'idea di una civiltà superiore a un'altra è solo frutto di ignoranza, che l'armonia, come la bellezza, sta nell'equilibrio degli opposti e che l'idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega. Come sarebbe il giorno senza la notte? La vita senza la morte? O il Bene? Se Bush riuscisse, come ha promesso, a eliminare il Male dal mondo?
Questa mania di voler ridurre tutto ad una uniformità è molto occidentale. Vivekananda, il grande mistico indiano, viaggiava alla fine dell'Ottocento negli Stati Uniti per far conoscere l'induismo. A San Francisco, alla fine di una sua conferenza, una signora americana si alzò e gli chiese: "Non pensa che il mondo sarebbe più bello se ci fosse una sola religione per tutti gli uomini?" "No", rispose Vivekananda. "Forse sarebbe ancora più bello se ci fossero tante religioni quanti sono gli uomini. "
" Gli imperi crescono e gli imperi scompaiono ", dice l'inizio di uno dei classici della letteratura cinese, 77 Romanzo dei Tre Regni. Succederà anche a quello americano, tanto più se cercherà d'imporsi con la forza bruta delle sue armi, ora sofisticatissime, invece che con la forza dei valori spirituali e degli ideali originali dei suoi stessi Padri Fondatori.
I primi ad accorgersi del mio ritorno quassù sono stati due vecchi corvi che ogni mattina, all'ora di colazione, si piazzano sul deodar, l'albero di dio, un maestoso cedro davanti a casa e gracchiano a più non posso finché non hanno avuto i resti del mio yogurt - ho imparato a farmelo - e gli ultimi chicchi di riso nella ciotola. Anche se volessi, non potrei dimenticarmi della loro presenza e di una storia che gli indiani raccontano ai bambini a proposito dei corvi. Un signore che stava, come me, sotto un albero nel suo giardino, un giorno non ne poté più di quel petulante gracchiare dei corvi. Chiamò i suoi servi e quelli con sassi e bastoni li cacciarono via. Ma il Creatore, che in quel momento si svegliava da un pisolino, si accorse subito che dal grande concerto del suo universo mancava una voce e, arrabbiatissimo, mandò di corsa un suo assistente sulla terra a rimettere i corvi sull'albero.
Qui, dove si vive al ritmo della natura, il senso che la vita è una e che dalla sua totalità non si può impunemente aggiungere o togliere niente è grande. Ogni cosa è legata, ogni parte è l'insieme.
Thich Nhat Hanh, il monaco vietnamita, lo dice bene a proposito di un tavolo, un tavolino piccolo e basso come quello su cui scrivo. Il tavolo è qui grazie ad una infinita catena di fatti, cose e persone: la pioggia caduta sul bosco dove è cresciuto l'albero che un boscaiolo ha tagliato per darlo a un falegname che lo ha messo assieme coi chiodi fatti da un fabbro col ferro di una miniera... Se un solo elemento di questa catena, magari il bisnonno del falegname, non fosse esistito, questo tavolino non sarebbe qui.
I giapponesi, ancora quando io stavo nel loro paese, pensavano di proteggere il clima delle loro isole non tagliando le foreste giapponesi, ma andando a tagliare quelle dell'Indonesia e dell'Amazzonia. Presto si son resi conto che anche questo ricadeva su di loro: il clima della terra mutava per tutti, giapponesi compresi.
Allo stesso modo, oggi non si può pensare di continuare a tenere povera una grande parte del mondo per rendere la nostra sempre più ricca. Prima o poi, in una forma o nell'altra, il conto ci verrà presentato. O dagli uomini o dalla natura stessa.
Quassù, la sensazione che la natura ha una sua presenza psichica è fortissima. A volte, quando tutto imbacuccato contro il freddo mi fermo ad osservare, seduto su un grotto, il primo raggio di sole che accende le vette dei ghiacciai e lentamente solleva il velo di oscurità, facendo emergere catene e catene di altre montagne dal fondo lattiginoso delle valli, un'aria di immensa gioia pervade il mondo ed io stesso mi ci sento avvolto, assieme agli alberi, gli uccelli, le formiche: sempre la stessa vita in tante diverse, magnifiche forme.
E' il sentirsi separati da questo che ci rende infelici. Come il sentirci divisi dai nostri simili. "La guerra non rompe solo le ossa della gente, rompe i rapporti umani ", mi diceva a Kabul quel vulcanico personaggio che è Gino Strada. Per riparare quei rapporti, nell'ospedale di Emergency, dove ripara ogni altro squarcio del corpo, Strada ha una corsia in cui dei giovani soldati talebani stanno a due passi dai loro "nemici", soldati dell'Alleanza del Nord. Gli uni sono prigionieri, gli altri no; ma Strada spera che le simili mutilazioni, le simili ferite li riavvicineranno.
Il dialogo aiuta enormemente a risolvere i conflitti. L'odio crea solo altro odio. Un cecchino palestinese uccide una donna israeliana in una macchina, gli israeliani reagiscono ammazzando due palestinesi, un palestinese si imbottisce di tritolo e va a farsi saltare in aria assieme a una decina di giovani israeliani in una pizzeria; gli israeliani mandano un elicottero a bombardare un pulmino carico di palestinesi, i palestinesi... e avanti di questo passo. Fin quando? Finché son finiti tutti i palestinesi? tutti gli israeliani? tutte le bombe?
Certo: ogni conflitto ha le sue cause, e queste vanno affrontate. Ma tutto sarà inutile finché gli uni non accetteranno l'esistenza degli altri ed il loro essere eguali, finché noi non accetteremo che la violenza conduce solo ad altra violenza.
" Bei discorsi. Ma che fare? " mi sento dire, anche qui nel silenzio.
Ognuno di noi può fare qualcosa. Tutti assieme possiamo fare migliaia di cose.
La guerra al terrorismo viene oggi usata per la militarizzazione delle nostre società, per produrre nuove armi, per spendere più soldi per la difesa. Opponiamoci, non votiamo per chi appoggia questa politica, controlliamo dove abbiamo messo i nostri risparmi e togliamoli da qualsiasi società che abbia anche lontanamente a che fare con l'industria bellica. Diciamo quello che pensiamo, quello che sentiamo essere vero: ammazzare è in ogni circostanza un assassinio.
Parliamo di pace, introduciamo una cultura di pace nell'educazione dei giovani. Perché la storia deve essere insegnata soltanto come un'infinita sequenza di guerre e di massacri?
Io, con tutti i miei studi occidentali, son dovuto venire in Asia per scoprire Ashoka, uno dei personaggi più straordinari dell'antichità; uno che tre secoli prima di Cristo, all'apice del suo potere, proprio dopo avere aggiunto un altro regno al suo già grande impero che si estendeva dall'India all'Asia centrale, si rende conto dell'assurdità della violenza, decide che la più grande conquista è quella del cuore dell'uomo, rinuncia alla guerra e, nelle tante lingue allora parlate nei suoi domini, fa scolpire nella pietra gli editti di questa sua etica. Una stele di Ashoka in greco ed aramaico è stata scoperta nel 1958 a Kandahar, la capitale spirituale del mullah Omar in Afghanistan, dove ora sono accampati i marines americani. Un'altra, in cui Ashoka annuncia l'apertura di un ospedale per uomini ed uno per animali, è oggi all'ingresso del Museo Nazionale di Delhi.
Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l'insicurezza, l'ingordigia, l'orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi.
Riprendiamo certe tradizioni di correttezza, reimpossessiamoci della lingua, in cui la parola " dio " è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire " fare l'amore " e non " fare sesso ". Alla lunga, anche questo fa una grossa differenza.
È il momento di uscire allo scoperto, è il momento d'impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi.
Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l'uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei suoi passi si fa forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all'ombra di un albero. Facciamo lo stesso.
Visti dal punto di vista del futuro, questi sono ancora i giorni in cui è possibile fare qualcosa. Facciamolo. A volte ognuno per conto suo, a volte tutti assieme. Questa è una buona occasione.
Il cammino è lungo e spesso ancora tutto da inventare. Ma preferiamo quello dell'abbrutimento che ci sta dinanzi? O quello, più breve, della nostra estinzione?
Allora: Buon Viaggio! Sia fuori che dentro.

lunedì 21 dicembre 2009

Il Quarto Mago

" Si avvicinava la primavera. La neve iniziava a sciogliersi …

Il Monaco stava seduto su una sedia bassa e guardava… guardava nutrendo la sua anima… e non ne aveva mai abbastanza. Sentiva in tutto il suo essere questo risveglio travolgente della natura che prendeva pure lui dandogli forze insospettate. ..
Adesso sedeva e riposava sotto i raggi tiepidi del sole… sonnecchio persino un po’. La notte che era appena passata aveva vegliato alla testa di un ragazzino che due genitori addolorati gli avevano portato la sera prima, avvolto in una coperta. Solo dieci primavere aveva vissuto e all’improvviso… era cadute molle, senza voce ed era entrato in uno stato che sembrava sonno; la respirazione si percepiva appena e non rispondeva più ai richiami preoccupati dei genitori. Quelli del villaggio hanno provato a trovargli una cura, ma non ci sono riusciti. E allora i genitori presero il bambino in una coperta, sulla schiena e così, con lacrime di dolore erano arrivati sù in montagna, alla grotta. Neanche sapevano bene come; ma qui era la loro ultima speranza. Il Monaco aveva guardato a lungo il ragazzino, accarezzò la sua testolina e poi, alzandosi e guardando verso i genitori domandò:
- Che parole di offesa avete pronunciato e con chi?
Tra i pianti la donna iniziò a dire qualcosa sulla gente del villaggio , alcuni malintesi; quelli avevano detto parole pesanti… e le parole hanno raggiunto il ragazzo. “ ma che colpa ne ha lui, che è ancora bambino e innocente; che soffriamo noi e che lui viva!”
L’uomo stava con la testa abbassata e non diceva niente, sembrava che macinava il suo dolore. Scuotendo la testa per rimprovero, il Monaco iniziò a dire con tristezza:
- Persone grandi che siete! … Il male delle parole non esisterebbe se non esistesse prima dentro l’uomo. Lì vive, mostrando verso i due, e da lì mostra i suoi denti. E spesso morde i più innocenti, più fragili, più puliti. Perché se mordesse voi neanche lo notereste; così soffrite per il bambino… magari capirete qualcosa.
Non siete voi quelli con cui ho parlato anni addietro , quando avevate litigato con dei vicini, e il tuo uomo si era fratturata la gamba; non è così, donna? Non avete capito niente e guarda dove siete arrivati. Adesso non è così facile… e se non farete come dirò…non so veramente che ne sarà del bambino!
- Perdonaci, Monaco e aiuta il piccolo! Faremo come dici!
- Il cielo e la gente devono perdonarvi, e adesso tornatevene nel villaggio. Lungo il cammino pregate per il ragazzo e per le vostre anime che Zamolxe vi aiuti e lumini. Poi fate bene a fare pace con il villaggio, con il vicino, lasciate gioia dove avete offeso… pregate per il perdono, per quelle fatte o non fatte, ma pensate, - con piccolo e grande fate pace…siate come buoni fratelli e non lasciate che pensiero o cattiva parola torni tra di voi.
Il ragazzo lasciatelo qui. Tornerà da solo quando tutto sarà buono da voi. Adesso andate!
E, lasciadoli con i loro pensieri si avvicino al ragazzo. Le ore della notte le ha passate in veglia silenziosa alla sua testa. La candela bruciava in un angolo con una luce calda e un piacevole odore… Il Monaco, con le braccia alzate verso il cielo, era come una statua della preghiera per la vita; a tratti abbassava le mani e li passava lentamente sopra il ragazzo, dalla testa verso i piedi, come se accarezzasse senza toccarli. Dopo tempo mise entrambe le mani sopra la tesa del bambino e stette così, con la testolina tra le mani, un tempo…non sapeva quanto, solo che tra le crepe dell’entrata iniziava a intravedersi la luce del mattino. Le guance del ragazzo si erano un po’ colorate e il respiro alleggerito mostrava un sonno tranquillizzante e profondo. Solo allora il Monaco si alzò e usci per dare il benvenuto al sole come ad ogni inizio di giornata. I primi raggi correvano già sulla volta celeste , annunciando il suo arrivo senza ritardo e spingendo da un lato le falde del buio.
Rivolto verso l’astro della luce e del calore della vita, ringraziò il Cielo per il ragazzo, poi si sedette sulla sedia bassa, appoggiato alla roccia, sotto il sole, per riposare.”


Tratto da " Il Quarto Mago" di Alessandra Dumitriu

venerdì 11 dicembre 2009

Fantasia (?)

Come passa veloce il tempo! Quasi ieri ero ancora bambino, poi adolescente, dopo, sempre un anno in più... Un giorno mi sono reso conto che avevo sempre meno impegni, e oggi mi ritrovo vecchio e stanco. Guardo indietro e mi vedo fare salti tra un impegno e altro, famiglia, amici, studi, riconoscimenti e tanto, tanto lavoro. Una vita buona, perché no, non ho mai sofferto la fame, il freddo, la tortura...

Eppure oggi mi sento triste... Avrei voluto più tempo...
Lungo la strada mi è capitato qualche volta di incontrare delle persone, come dire, un po' strane, un po' diverse. Mi parlavano della vita come un viaggio, di tante cose ancora da scoprire, dicevano di sentirsi troppo in superficie e di voler andare più in profondità. Parlavano della vita come se fosse un mare e noi, la maggior parte, arenati sulla spiaggia a costruire castelli di sabbia. Mi dicevano di voler essere come le barche e andare viaggiando noncuranti tra le onde. E passavano tanto tempo immersi in quel loro mare.
Per parlare come loro, anch’io ci andavo al mare, come no? Solo che quelli là volevano passare il più tempo possibile nel mare, non lo so, provando forse a diventare barche?
Di questi qua alcuni costruivano pure loro e se capitava che un’ onda distruggeva tutto ridevano e costruivano qualcosa di più bello e più duraturo dicendo di aver scoperto che più simile al mare è una cosa, più  lunga sarà la sua vita.
Altri non costruivano per niente. Giravano di qua e di là dicendo di aver già costruito tempo fa e che non ne erano più interessati, o se capitava di fare qualcosa era così simile al mare che i più non la potevano nemmeno intravedere.
Ricordo una ragazza…Diceva di provare ad andare in alto mare, ma siccome non era abbastanza forte, abbastanza sperimentata, le onde più grandi finivano sempre per buttarla sulla spiaggia. E quando ci incontravamo mi mostrava alcune volte piangendo, altre volte ridendo, i suoi lividi, o mi parlava di qualche strana creatura vista nel mare. A volte portava delle conchiglie che lasciava sulla spiaggia per chi ne avesse avuto bisogno.
Mi invitava spesso al mare. Diceva che le piaceva di più andarci in compagnia, provare a scoprire anche con l’aiuto degli altri un modo per andare al largo.
Ma io ero troppo impegnato, non avevo il tempo per simili svaghi. Non mi potevo allontanare per molto, capitava mai un’onda più grande e rovinava tutto quello che avevo costruito con tanto sforzo?
E lei mi ripeteva sempre che nel mare avrei trovato materiali migliori per costruire, che avrei potuto costruire anch’io cose più resistenti perché più simili al mare.
Era solo fantasia sua, un modo per soffrire meno sulla spiaggia? Forse la vita non è tutta qua... Forse veramente c'era molto di più da scoprire, da sentire, da vivere...
Da giovane mi sentivo forte e ancora in tempo per provare tante strade, tante cose. Alla fine sono andato solo per una strada e adesso sono già vecchio. E stanco…
Zzzzzzzzzz!! Zzzzzzzzzzzzzzzz! Zzzzzzzzzzzzzzzzzz!
Cos’è questo rumore?!
Ah! La sveglia! Stavo solo sognando!
Oh, meno male! Sono ancora giovane!

Alina

mercoledì 9 dicembre 2009

Innocenza

Clarissa Pinkola Estés:
"Recita un antico detto: “Ignoranza è non sapere nulla ed essere attratti dal buono. Innocenza è conoscere tutto, ed essere ancora attratti dal buono”.
Se poteste poggiare lo sguardo sulla persona più crudele e impietosa del mondo mentre dorme e al momento del risveglio, in essa vedreste per un attimo lo spirito immacolato del bambino, la pura innocenza. Nel sonno siamo riportati ancora una volta a uno stato di amabilità. Nel sonno veniamo rifatti. Riassemblati dal di dentro, freschi e nuovi, come innocenti. In questo stato di saggia innocenza si entra lasciando cadere cinismo e protezionismo, e rientrando nello stato di meraviglia che si osserva nella maggior parte di coloro che sono molto giovani, e in molti che sono molto vecchi. E' la pratica di guardare negli occhi di uno spirito sapiente e amante, e non in quelli del cane frustato, della creatura inseguita, dell'essere ferito e in collera. L'innocenza è uno stato che si rinnova col sonno. Purtroppo molti la gettano da parte insieme alle coperte quando ogni giorno si levano. Meglio sarebbe portare con noi un'innocenza vigile, e tenercela stretta per averne calore.
Se l'iniziale ritorno a questo stato può comportare la necessità di scrostare anni di opinioni logore, decenni di baluardi incalliti e accuratamente costruiti, dopo il ritorno non si dovrà mai più indagare e scavare. Tornare a un'innocenza vigile non è uno sforzo come spostare un mucchio di mattoni: si tratta di restare immobili per tutto il tempo necessario allo spirito per trovarvi. Si dice che tutto quel che cerchiamo sta intanto cercando noi, e, se ce ne stiamo immobili, ci troverà. Ci aspetta da gran tempo. Occorre fermarsi, stare a vedere che cosa accadrà.
E' questo l'approccio alla natura Morte, non scaltro e astuto, ma improntato alla fiducia dello spirito.
 Per "innocente" s'intende spesso una persona che non sa, un sempliciotto. Etimologicamente significa non dannoso, non colpevole. In spagnolo "inocente" è una persona che cerca di non far del male a nessuno, ma è anche capace di curare il male e le ferite a lei inferte.
La "Inocentia" è spesso il nome dato alla "curandera", colei che guarisce gli altri. Essere un innocente significa saper vedere chiaramente di che si tratta e portarvi rimedio. Queste sono le possenti idee che stanno dietro all'innocenza. E' considerato non soltanto un atteggiamento teso a evitare il male agli altri o a sé, ma anche una capacità di ristabilirsi e reintegrare se stessi ( e gli altri )...."
 
Clarissa Pinkola Estés esercita da 20 anni la professione di analista. Ha diretto il C.G. Jung Center di Denver e ha conseguito il dottorato sia in etnologia che in psicologia clinica.
"Donne che corrono coi lupi" è il suo primo libro, uscito in Italia nel 1993. Alla base di questo (capo)lavoro vi sono ben 20 anni di lavoro in cui la Pinkola ha selezionato fiabe ascoltate di persona in giro per il mondo e ne ha ricercato documentazioni in più di 200 volumi.
Lo scopo?!? Arrivare a comprendere "la donna selvaggia" insita in ogni donna e che la società tenta di soffocare.
Arrivare far comprendere alle donne che è necessario recuperare la nostra istintualità perduta, la creatività...

lunedì 30 novembre 2009

La donna scheletro

Tratto da "Donne che corrono con i lupi"

< Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l'aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.
Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. L'amo del pescatore scese nell'acqua e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: "Ne ho preso uno proprio grosso!" Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo. E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all'amo, il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all'amo.Il pescatore si era girato per raccogliere la rete e non vide la testa calva affiorare dalle onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d'avorio.
Quando si volse, l'intero corpo era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak.
"Ah!", urlò l'uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa, e le orecchie diventarono rosso fuoco. La gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva. Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva. Per quanto andasse a zig zag restava lì dietro ritta in piedi e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore, e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo. Alla fine l'uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all'interno. Ansimando e singhiozzando giacque nell'oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro. Ma quando accese la lampada all'olio di balena, eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un piede sul suo gomito. Non seppe poi dire come fu, forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo. Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie e prese a liberarla dalla lenza. "Ecco, ecco", prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. E continuò nella notte, e la coprì di pellicce per tenerla al caldo. Cercò la pietra focaia e accese il fuoco. Lei non diceva una parola - non osava - perché altrimenti quel cacciatore l'avrebbe presa e gettata agli scogli.
All'uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall'occhio di chi sogna, quando c'è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all'uomo. La Dona Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d'improvviso sentì un'immensa sete. Si trascinò accanto all'uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima. Quell'unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.
Frugò nell'uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore. Mentre suonava si mise a cantare: "Carne, carne, carne!". E più cantava più si ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e per mani piene. Cantò la linea tra le gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno. E poi cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle.  Rimise il grande tamburo, il suo cuore, nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell'altro, aggrovigliati dalla loro notte, in un altromondo, bello e duraturo.
Quelli che non rammentano il perché della sua cattiva sorte di un tempo, dicono che lei e il pescatore andarono via e furono ben nutriti dalle creature che lei aveva conosciuto nella sua esistenza sott'acqua.
Dicono che è vero e che è tutto quanto loro sanno.>

- La Donna Scheletro: di fronte alla Natura Vita/Morte/Vita dell'Amore.

I lupi sanno avere dei rapporti. Chiunque li osserverà, vedrà quanto profondamente sono tra loro legati. Le unioni tra maschio e femmina durano per lo più tutta la vita. Sebbene si scontrino ed esista il dissenso, i loro legami fanno sà che insieme attraversino duri inverni, generose primavere, lunghe marce, nuovi cuccioli, antichi predatori, danze tribali e canti di gruppo. I bisogni relazionali degli esseri umani non sono diversi. Mentre la vita istintuale dei lupi comprende la lealtà e legami di fiducia e devozione che durano tutta la vita, per gli esseri umani tutto ciò costituisce talvolta un problema. Se volessimo usare dei termini archetipi per descrivere quanto determina i forti legami tra i lupi, potremmo supporre che l'integrità dei loro rapporti deriva dalla loro sottomissione all'antica natura Vita/Morte/Vita...
A differenza degli esseri umani, i lupi non giudicano sorprendenti o punitivi gli alti e bassi della vita, l'energia, il potere, il cibo, l'occasione. Le cime e le valli semplicemente sono, e i lupi le percorrono con tutta l'efficienza e la fluidità possibile. La natura istintuale ha la miracolosa capacità di vivere i doni positivi e le conseguenze negative conservando sempre la relazione con sé e con gli altri.
La Donna Scheletro è una storia di caccia sull'amore. Nelle storie che vengono dal Nord l'amore non è un appuntamento romantico tra due innamorati. Le storie delle regioni circumpolari descrivono l'amore come un'unione di due esseri la cui forza fa che uno o entrambi entrino in comunicazione con il mondo-anima e partecipino al fato come fosse una danza con la vita e con la morte.
 Morte nella Casa dell'Amore.
L'incapacità di affrontare e sbrogliare la Donna Scheletro fa sì che molte relazioni amorose falliscano. Per amare bisogna essere non soltanto forti ma anche saggi. La forza viene dallo spirito. La saggezza viene dalla Donna Scheletro. Come vediamo nel racconto, se si desidera essere nutriti per tutta la vita, occorre affrontare e sviluppare una relazione con la natura Vita/Morte/Vita. Allora non inseguiamo più vaghe fantasie ma siamo resi saggi sulle morti o le nascite necessarie per creare una vera relazione. Affrontando la Donna Scheletro impariamo che la passione non è da “cercare” ma è generata in cicli e offerta. La Donna Scheletro dimostra che vivere insieme accrescimenti e decrescimenti, conclusioni e inizi, crea un amore impareggiabile fatto di devozione.
La storia è una bella metafora per il problema dell'amore moderno, la paura per la natura Vita/Morte/Vita, dell'aspetto Morte in particolare. Nella cultura occidentale, il carattere originario della natura Morte è stato ricoperto da vari dogmi e dottrine fino a distaccarsi dall'altra metà, Vita. Erroneamente siamo stati addestrati ad accettare una forma spezzata di uno degli aspetti più profondi e fondamentali della natura selvaggia. Ci hanno insegnato che la morte è sempre seguita ancora dalla morte. Non è cosà: la morte tiene sempre in incubazione una nuova vita, anche quando la propria esistenza è arrivata all'osso.

Le Prime Fasi dell'Amore.

"Il ritrovamento accidentale del tesoro".
Tutti i racconti contengono materiale che può essere considerato uno specchio che riflette i mali o il benessere della vita intima, come pure temi mistici che descrivono le fasi e le istruzioni per mantenere l'equilibrio nel mondo interiore come in quello esterno. Se nella storia della Donna Scheletro potremmo veder rappresentati i movimenti all'interno di una singola psiche, personalmente la trovo particolarmente preziosa se la si interpreta come una serie di sette compiti che insegnano a un'anima ad amarne un'altra bene e profondamente. Eccoli: la scoperta dell'altro come una sorta di tesoro spirituale, anche se a tutta prima si può anche non capire chi è l'altro che si va cercando. Poi, nella maggior parte delle relazioni amorose, la caccia e il nascondimento, l'epoca delle speranze e dei timori. Viene poi il momento del districamento e della comprensione degli aspetti di Vita/Morte/Vita della relazione e la compassione per il compito. Arriva poi la fiducia, la capacità di stare quieti in presenza dell'altro, e poi l'epoca in cui si condividono i sogni per il futuro e le passate malinconie, l'inizio della cicatrizzazione di ferite arcaiche dell'amore. E infine l'uso del cuore per cantare la vita nuova, e il mescolarsi di corpo e anima. Il primo compito, il ritrovamento del tesoro, compare in decine di racconti in tutto il mondo, in cui si descrive la cattura di una creatura dal fondo del mare. Allora sappiamo subito che si scatenerà presto la lotta tra ciò che vive nel mondo di sopra e quanto vive o è stato costretto a restare nel mondo di sotto. In questo racconto il pescatore trova molto più di quanto si sarebbe mai aspettato. Oh, è grosso, pensa, e si volta per prendere la rete. Non si rende conto di sollevare il tesoro più allarmante che gli sarà dato conoscere, più di quanto egli possa governare. Non sa di dover venire a patti, che tutti i suoi poteri saranno messi alla prova. Peggio ancora: non sa di non sapere. E' lo stato di tutti gli innamorati all'inizio: sono ciechi come pipistrelli.
Gli esseri umani ignari hanno la tendenza ad avvicinare l'amore come il pescatore la sua preda: “Spero sia grossa, capace di nutrirmi per un sacco di tempo, capace di eccitarmi e di facilitarmi la vita, di cui potermi vantare con tutti gli altri cacciatori tornando a casa”.
E' questa la naturale progressione del cacciatore ingenuo o famelico. I giovanissimi, i non iniziati, gli affamati e i feriti hanno valori che ruotano attorno al ritrovamento e alla vincita di trofei. I giovanissimi ancora non sanno che cosa vogliono, gli affamati cercano il sostentamento, e i feriti cercano conforto a precedenti perdite. A tutti “capiterà” un tesoro...
Talvolta anche gli innamorati all'inizio di una relazione cercano soltanto un po' di eccitazione, oppure un pizzico di sedativo del tipo “aiutami a superare la notte”. Senza rendersene conto, involontariamente entrano in una parte della psiche, propria e dell'altro, in cui risiede la Donna Scheletro. Mentre il loro io è magari in cerca di divertimento, questo spazio psichico è un terreno sacro per la Donna Scheletro. Se ci aggiriamo in
queste acque, per certo prima o poi la agganciamo.
Ho più volte osservato un fenomeno negli amanti, indipendentemente dal loro sesso. Accade qualcosa del genere: due persone iniziano la danza per vedere se va loro bene di amarsi. D'improvviso la Donna Scheletro viene accidentalmente presa all'amo. Qualcosa nella relazione comincia a decrescere e scivola nell'entropia. Spesso il doloroso piacere dell'eccitamento sessuale si indebolisce, oppure si vedono le parti fragili e lese dell'altro, o la sua inadeguatezza come trofeo, ed ecco allora che la vecchia ragazza calva e dai denti ingialliti affiora in superficie. Pare cosà raccapricciante, ma è la prima volta che si offre una vera opportunità di mostrare coraggio e conoscere l'amore. Amare significa stare con. Significa emergere da un mondo di fantasia in un mondo in cui è possibile un amore sostenibile a faccia a faccia, fatto di devozione. Amore significa restare quando ogni cellula dice: “scappa!”...
Nei miei venti anni di pratica, uomini e donne si sono rintanati sul mio divano dicendo con felice terrore: “Ho conosciuto uno... non ci pensavo, badavo agli affari mei. Neanche mi guardavo attorno, ed ecco che ti incontro quel Qualcuno con la "q" maiuscola. Ora che devo fare?” Mentre continuano a nutrire la nuova relazione, prendono a ritrarsi. Si contraggono, si preoccupano. Soffrono pene d'amore per colpa di quella persona? No. Hanno paura perché cominciano a intravedere un teschio calvo che emerge dietro alle onde della passione. Che fare? Dico loro che è un momento magico, ma non li tranquillizza gran che. Dico loro che ora vedremo qualcosa di meraviglioso, ma non ci credono molto. Li invito a resistere, e ci riescono, ma a fatica. Prima che io lo sappia, dal punto di vista dell'analisi, la barchetta della loro relazione amorosa diventa sempre più veloce. Si ferma a riva e in men che non si dica i due scappano rincorrendo la loro vita, e io come analista dietro, a cercare di metterci una parola. Al primo confronto con la Donna Scheletro quasi tutti provano l'impulso di volare via come il vento, ma il più lontano possibile. Anche la corsa rientra nel processo. E' semplicemente umano, ma la corsa non deve durare a lungo né per sempre.

"La Caccia e il Nascondimento".

La natura Morte ha la strana abitudine di emergere nelle storie d'amore proprio nel momento in cui pensiamo di aver vinto un amante, di aver preso “un pesce grosso”. Ecco quando affiora la natura Morte/Vita/Morte, e getta lo sgomento. Ecco dunque le maggiori contorsioni sul perché l'amore non può, non potrà “funzionare” per una delle parti interessate. Ecco dunque lo sforzo per diventare invisibili, non all'amante, ma alla Donna Scheletro. Ecco il perché di tanto correre e nascondersi. Ma non c'è nessun posto in cui nascondersi.
La psiche razionale va alla ricerca di qualcosa di profondo e non soltanto vi approda, ma si spaventa tanto da non poterne quasi sopportare la vista. Gli innamorati hanno la sensazione di essere inseguiti, e talvolta pensano che sia l'altro a inseguire. In realtà, è la Donna Scheletro. All'inizio, quando impariamo ad amare davvero, fraintendiamo molto. Pensiamo di essere inseguiti, mentre in realtà la nostra intenzione di metterci in relazione con un altro essere umano in un modo speciale è quel che aggancia la Donna Scheletro affinché non ci sfugga. Ovunque stia nascendo l'amore, sempre affiora la forza Vita/Morte/Vita. Sempre...
La fase della corsa e del nascondimento è il momento in cui gli amanti cercano di razionalizzare la loro paura dei cicli Vita/ Morte/Vita dell'amore. Dicono: “Può andare meglio con un altro”, oppure “Non voglio rinunciare a...” oppure “Non voglio cambiare la mia vita”, “Affrontare le mie o le altrui ferite”, “Non sono ancora pronta”, “Non voglio essere trasformata senza sapere prima di tutto i particolari di come apparirò/mi sentirò dopo”.E' un momento in cui i pensieri sono tutti mescolati alla rinfusa, e si cerca disperatamente un riparo, e il cuore batte, non perché si ama e si è amati, ma per vigliacca paura. Essere intrappolati da Signora Morte! Alcuni fanno l'errore di pensare di sfuggire a una relazione con l'amante. Non fuggono dall'amante o dalle pressioni della relazione: cercano di evitare la misteriosa forza Vita/Morte/Vita. La psicologia la diagnostica come “paura dell'intimità, paura dell'impegno”. Ma quelli sono soltanto sintomi. Il problema più profondo è la sfiducia. Dunque la Donna Morte insegue l'uomo attraverso le acque, attraverso i confini tra il territorio inconscio e il conscio della mente. La psiche conscia si fa consapevole di quanto ha preso e cerca disperatamente di superarlo. Nel corso dell'esistenza lo facciamo costantemente. Qualcosa di spaventoso alza la testa. Siamo disattenti e continuiamo a tirare, pensando si tratti di una qualche preda. E' un tesoro, ma non del tipo che ci immaginiamo. Sfortunatamente ci hanno insegnato ad averne paura. Cerchiamo allora di fuggire o di rigettarla, o di dolcificarlo e renderlo quel che non è. Ma non è questa l'opera da compiere. Alla fine, tutti dobbiamo baciare la strega. Lo stesso processo segue l'amore. Vogliamo solamente la bellezza e non vogliamo affrontare “il brutto”. Respingiamo la Donna Scheletro, ma lei va avanti. Corriamo. Lei ci segue. E' la grande maestra che avevamo detto di volere. “No, non questa maestra!” urliamo. Ne vogliamo una diversa. Peccato: è la maestra che tocca a tutti.
Secondo un detto: quando l'allievo è pronto, ecco che il maestro compare. Significa che il maestro arriva quando l'anima, non l'io, è pronta. Il maestro viene quando l'anima chiama - e per fortuna, perché l'io non è mai veramente pronto. Se dovessimo aspettare un io pronto perché il maestro venga a noi, resteremmo per tutta la vita senza maestri. Siamo fortunati, poiché l'anima continua a trasmettere il suo desiderio indipendentemente dalle opinioni sempre mutevoli del nostro io...
Vediamo nel racconto che il dono del corpo è uno degli ultimi nella fasi dell'amore, così come dev'essere. E' bene dominare le prime fasi dell'incontro con la natura Vita/Morte/Vita e lasciare che le esperienze corpo-a-corpo vengano dopo. Attenzione, donne: non accettate l'amante che subito vuole il corpo. Insistete perché tutte le fasi si sviluppino. Il tempo della conoscenza carnale verrà da solo, al momento giusto. Quando l'unione comincia con quella dei corpi, si può seguire dopo il processo di affrontare la natura Vita/Morte/Vita... ma richiede molta maggior decisione. E' un lavoro più difficile perché l'io-piacere dev'essere separato a forza dall'interesse carnale, in modo da poter eseguire l'opera di fondazione. Far l'amore è dunque mescolare respiro e carne, spirito e materia. In questo racconto si accoppiano il mortale e l'immortale, e questo vale per una relazione amorosa duratura. In un bellissimo racconto indiano, un mortale suona il tamburo affinché le fate possano danzare davanti alla dea Indra. Per questo favore sarà ricompensato: una fata gli verrà data in sposa. Qualcosa di simile accade nella relazione amorosa: riceverà un premio l'uomo che si porrà in un rapporto di collaborazione con il regno psichico femminile per lui misterioso. Alla fine della storia, il pescatore è respiro nel respiro, pelle contro pelle con la natura Vita/Morte/Vita. Ciò ha un significato diverso per ogni uomo, e unica è pure l'esperienza dell'approfondirsi della relazione. Sappiamo soltanto che per amare dobbiamo baciare la strega, e altro ancora: dobbiamo far l'amore con lei.
Come in questa storia dovrebbe svilupparsi la relazione amorosa: ogni partner dovrebbe trasformare l'altro. La forza e il potere di ognuno vengono liberati e spartiti. Lui dona il cuore-tamburo, lei la sua conoscenza dei ritmi e delle emozioni più complessi che si possano immaginare. Chissà che cosa cacceranno insieme... Sappiamo solamente che saranno nutriti fino alla fine dei loro giorni.