venerdì 25 settembre 2009

giovedì 24 settembre 2009

Jung, Pensieri


Il ricordo dei fatti esteriori della mia esistenza si è in gran parte sbiadito o è svanito nel nulla ma i miei incontri con l’altra realtà, gli scontri con l’inconscio si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria. Ogni altra cosa al confronto ha perduto importanza. Posso comprendere me stesso solo in rapporto alle vicende interiori, sono queste che hanno caratterizzato la mia vita, ecco perché parlo principalmente di queste esperienze. I sogni e le fantasie costituiscono parimenti la materia prima della mia attività scientifica, sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce cristallizzandosi la pietra che deve essere scolpita. Nel nostro giardino sporgeva un masso, era la mia pietra. Spesso quando ero solo andavo a sedermi su quella pietra e cominciava allora un gioco fantastico, pressappoco di questo genere “sono quello che è seduto sulla pietra o io sono la pietra sulla quale egli siede”. Non nutrivo dubbi che la pietra fosse in qualche oscuro rapporto con me e potevo starci seduto per ore affascinato dal suo enigma. La pietra non ha incertezze non ha bisogno di esprimersi ed è eterna, vive per millenni pensavo, mentre io sono solo un fenomeno passeggero che si consuma in emozioni di ogni genere come una fiamma che divampa rapidamente e poi si spegne. Io ero solo la somma delle mie emozioni e qualcosa d’altro in me era la pietra senza tempo. Ero costantemente alla ricerca di qualcosa di misterioso, mi immergevo nella natura, quasi mi confondevo nella sua stessa essenza fuori dal mondo degli uomini. Oggi come allora sono un solitario, perché conosco e intuisco cose che gli altri ignorano e di solito preferiscono ignorare...

Anch’io posseggo questa natura arcaica che in me si combina col dono, non sempre piacevole, di vedere la gente e le cose come realmente sono...

Giunsi sulla cima, e lì, in quell’aria insolitamente leggera, contemplai inimmaginabili lontananze. “Si è questo il mio mondo” pensai “il vero mondo, quello segreto dove non vi sono insegnati e scuole e dove uno può essere, senza dover chiedere nulla”. Tutto era molto solenne e avvertivo la necessità di essere gentile e silenzioso perché mi trovavo nel mondo di Dio, qui il suo mondo era tangibile...

Il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più nascosta e intima dell’anima, aperta sull’originaria notte cosmica che era già anima, molto prima che esistesse la coscienza dell’io. La coscienza divide, ma col sogno noi penetriamo nel luogo più profondo, universale, vero ed eterno, ancora immerso nell’oscurità di quella notte primitiva in cui egli era tutto e tutto era in lui nella natura indifferenziata e priva di ogni io. Da questa profondità che collega tutto nasce il sogno. Talora con lunghi giri, noi dobbiamo condurre l’individuo in una zona oscura, visibilmente insignificante, irrilevante e inessenziale della sua anima e dobbiamo fare ciò seguendo una via che è stata abbandonata da tempo riconosciuta come illusione, anzi sciocchezza. Quella zona non è altro che il fugace effimero grottesco prodotto della notte: il sogno, e la via è la comprensione del sogno. Occuparsi dei sogni significa prendere coscienza di se. L’arte di interpretare i sogni non si può apprendere dai libri, nessuno che non conosca se stesso può conoscere l’altro e in ognuno vi è un altro che noi non conosciamo che ci parla attraverso il sogno e ci comunica un immagine diversa da quella che abbiamo di noi stessi...

Ho spesso visto persone diventate nevrotiche per essersi accontentate di risposte inadeguate o sbagliate ai problemi della vita. Cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro e rimangono infelici e nevrotiche anche quando hanno ottenuto tutto ciò che cercavano. Persone del genere di solito sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto, la loro vita non ha sufficienti contenuti, non ha significato. Se riescono ad acquistare una personalità più ampia, generalmente la loro nevrosi scompare. Tra i cosiddetti nevrotici del nostro tempo, ve ne sono molti che in altre epoche non lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in disaccordo con se stessi. Se fossero vissuti in un epoca, in un ambiente nel quale l’uomo, attraverso i miti era ancora in rapporto con il mondo ancestrale e quindi con la natura sperimentata realmente non vista solo dall’esterno, avrebbero potuto evitare questo disaccordo con se stessi. Oggi si vuol sentire parlare di grandi programmi politici ed economici, ossia proprio di quelle cose che hanno condotto i popoli ad impantanarsi nella situazione attuale. Ed ecco che uno viene a parlare di sogni e di mondo interiore, tutto ciò è ridicolo, che cosa crede di ottenere di fronte a un gigantesco programma economico, di fronte ai cosiddetti problemi della realtà? Ma io non parlo alle nazioni io mi rivolgo solo a pochi uomini. Se le cose grandi vanno male è solo perché i singoli individui vanno male, perché io stesso vado male. Perciò per essere ragionevole l’uomo dovrà cominciare con l’esaminare se stesso, e poiché l’autorità non riesce a dirmi più nulla, io ho bisogno di una conoscenza delle intimi radici del mio essere soggettivo. E' fin troppo chiaro che se il singolo non è realmente rinnovato nello spirito neppure la società può rinnovarsi, poiché essa consiste nella somma degli individui.

Ridere

mercoledì 23 settembre 2009

domenica 6 settembre 2009

sabato 5 settembre 2009

BARBABLU


La fiaba di Barbablu


"Una matassina di barba è conservata in un convento di monache lontano sulle montagne. Come sia arrivata al convento nessuno lo sa. Alcuni dicono che furono le monache a seppellire quello che restava del suo corpo, perché nessun altro lo avrebbe toccato. Perché mai le monache conservino una siffatta reliquia nessuno lo sa, ma è vero. L’amica della mia amica l’ha vista con i suoi occhi. Dice che la barba è blu-indaco per l’esattezza. E’ blu come il ghiaccio scuro sul lago, blu come l’ombra di un buco di notte. Questa barba apparteneva un tempo ad uno che dicevano fosse un mago mancato, un gigante con un debole per le donne, un uomo noto con il nome di Barbablu. Si diceva corteggiasse tre sorelle contemporaneamente. Ma quelle erano spaventate dalla barba dallo strano colore, e così si nascondevano quando le chiamava. Nel tentativo di convincerle della sua mitezza, le invitò a una passeggiata nel bosco. Arrivò con cavalli ornati di campanelli e di nastri cremisi, sistemò le sorelle e la loro madre sui cavalli,e al piccolo galoppo si avviarono nel bosco.
Fecero una stupenda cavalcata, con i cani che correvano davanti e accanto a loro. Poi si fermarono sotto un albero gigantesco e Barbablù le intrattenne raccontando storie e offrì loro leccornie. Le sorelle cominciarono a pensare: “Insomma, questo Barbablù forse non è poi tanto cattivo”. Tornarono a casa e non finivano di parlare di quella giornata così interessante, di quanto si erano divertite, pure, riaffioravano i sospetti e i timori nelle due sorelle maggiori, ed esse giurarono di non rivedere mai più Barbablù. Ma la più piccola pensò che se un uomo poteva essere tanto affascinante, allora forse non era poi tanto cattivo. Più rimuginava tra sé, meno le sembrava terribile, e anche la barba le pareva meno blu. Così quando Barbablù chiese la sua mano, lei accettò. Aveva accolto con orgoglio la proposta di matrimonio, e pensava di sposare un uomo molto elegante. Si sposarono, e poi andarono al suo castello nei boschi.Un giorno andò da lei e le disse: “Devo andare via per qualche tempo. Invita qui la tua famiglia, se ti fa piacere. Potrete cavalcare nei boschi, ordinare ai cuochi di preparare un banchetto, potrai fare tutto quello che vuoi, tutto quello che il tuo cuore desidera. Puoi aprire tutte le porte dei magazzini, le stanze del tesoro, qualunque porta del castello; ma non usare questa piccola chiave con la spirale in cima”. Rispose la sposa: “Sì, farò come dici. Mi sembra bellissimo. Vai dunque, mio caro marito, non preoccuparti e torna presto”. Così lui partì, e lei rimase. Le sorelle andarono a trovarla e, come tutte le donne, erano molto curiose di sapere che cosa il padrone aveva detto di fare durante la sua assenza, gaiamente la giovane sposa raccontò tutto. Le sorelle decisero di fare il gioco di trovare quale chiave apriva quale porta. Il castello era di tre piani, con un centinaio di porte in ogni ala, e siccome molte erano le chiavi del mazzo, si divertirono immensamente a passare da una porta all’altra. Dietro a una porta c’erano le dispense, dietro a un’altra i depositi delle monete. In ogni stanza c’erano beni di ogni sorta. E ogni volta sembrava tutto più meraviglioso. Alla fine arrivarono alla cantina. Si scervellarono sull’ultima chiave, quella con la piccola spirale in cima. Udirono uno strano suono, sbirciarono dietro l’angolo e - guarda, guarda!- c’era una porticina che si stava appunto richiudendo. Cercarono di riaprirla, ma era sprangata. Una gridò: “sorella, sorella porta la tua chiave. Sicuramente è questa la porta della misteriosa chiavetta”. Senza riflettere neanche un momento una delle sorelle infilò e girò la chiave nella toppa. La serratura scattò, la porta si spalancò, ma dentro era così buio che non potevano vedere nulla. “Sorella, sorella porta una candela”. Venne accesa una candela e portata nella stanza, e le tre donne lanciarono tutte insieme un urlo perché la stanza era un lago di sangue e ossa annerite di cadaveri erano sparse ovunque, e negli angoli i teschi erano impilati come piramidi di mele. Richiusero velocemente la porta, sfilarono la chiave dalla toppa e si aggrapparono l’una all’altra, respirando affannosamente. Dio mio! Dio mio! La sposa guardò la chiave e vide che era macchiata di sangue. Terrorizzata usò l’orlo della gonna per ripulirla, ma il sangue restava. Ogni sorella prese la chiavetta in mano e cercò di farla diventare come prima ma il sangue non se ne andava. La sposa si nascose in tasca la piccola chiave e corse in cucina. Quando arrivò, il suo abito bianco era macchiato di rosso dalla tasca all’orlo perché la chiave lentamente versava gocce di sangue rosso scuro. Ordinò al cuoco di darle uno strofinaccio, strofinò la chiave, ma non smetteva di sanguinare, goccia su goccia, puro sangue rosso. Portò fuori la chiave, la strofinò con la cenere. La ricoprì di ragnatele per arrestare il flusso, ma niente riusciva ad arrestare il sangue. Pensò di nasconderla, la mise nell’armadio e chiuse la porta. Il marito tornò la mattina dopo ed entrò nel castello chiamando la sua sposa. “allora, com’è andata durante la mia assenza?”“E’ andato tutto bene sire”“bene, allora sarà meglio che tu mi restituisca le chiavi”con una rapida occhiata si accorse che mancava una chiave. “Dov’è la chiave più piccola?”“Io…io l’ho perduta. Stavo cavalcando e il mazzo di chiavi mi è caduto”“Non mentirmi! Dimmi cosa hai fatto con quella chiave!” le posò una mano sulla guancia come per accarezzarla, ma invece la afferrò per i capelli. “Infedele” ringhiò, e la gettò a terra “sei stata nella stanza, vero?” Spalancò l’armadio e la piccola chiave sul ripiano in alto aveva sanguinato sangue rosso sulle belle sete dei suoi abiti appesi lì.“Ora tocca a te mia signora” urlò, e la trascinò nella cantina, fino alla terribile porta. La porta si aprì. Là giacevano gli scheletri di tutte le sue mogli precedenti.“Eccoci!” ruggiva, ma lei si era aggrappata alla porta e non lasciava la presa. Implorò per la sua vita ” ti prego, consentimi di raccogliermi per prepararmi alla morte. Concedimi un quarto d’ora per trovarmi in pace con Dio”.“Va bene avrai un quarto d’ora, e fatti trovare pronta”.La sposa salì di corsa le scale per raggiungere la sua camera e per mandare le sue sorelle sui bastioni del castello. Interrogava le sorelle.“Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?”“Non vediamo nulla, nulla sulle pianure aperte”“Vediamo un turbine in lontananza, forse un polverone” Intanto Barbablù chiamò a gran voce la moglie perché scendesse in cantina, dove l’avrebbe decapitata.“Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?” Urlarono le sorelle: “Sì, vediamo i nostri fratelli che arrivano ed entrano nel castello!”Barbablù si lanciò verso la camera della moglie. Pesanti erano i suoi passi, le pietre del vestibolo si aprirono, la sabbia della calcina cadde sul pavimento.Mentre Barbablù entrava nella stanza con le mani tese per afferrarla, i fratelli a cavallo percorsero a cavallo il vestibolo del castello e a cavallo entrarono nella stanza. Lanciarono Barbablù sul bastione, con le spade sguainate avanzarono verso di lui, colpendo e fendendo, tagliando e sferzando, lo abbatterono a terra, uccidendolo infine e lasciando alle poiane il suo sangue e le cartilagini. "
Questa storia riguarda l’uomo nero che abita la psiche di tutte le donne, il PREDATORE INNATO. Barbablù rappresenta un complesso di profonda reclusione che si acquatta ai margini della vita di ogni donna e osserva, in attesa di un’occasione per contrastarla. Dobbiamo riconoscerlo, proteggerci dalle sue devastazioni e infine privarlo della sua energia sanguinaria. Donne ingenue come prede. La donna INGENUA sarà catturata dal suo stesso cacciatore interiore. Nella storia, la sorella più giovane mostra una totale ingenuità sui propri processi mentali e una totale ignoranza dell’aspetto delittuoso della propria psiche, si lascia adescare dai piaceri dell’IO. Tutti gli esseri umani vogliono raggiungere il paradiso subito, ma l’intenso desiderio del paradisiaco, se si combina all’ingenuità, fa di noi cibo per il predatore. Un precoce addestramento a “mostrarsi carine” induce le donne a calpestare le proprie intuizioni. Alcuni aspetti della psiche, rappresentati dalle sorelle maggiori, sono dotati di maggiore introspezione, le loro voci vanno ascoltate. La donna ingenua insiste nella mossa distruttiva, come spinta da un coatto barbabluesco. In un angolo riposto della sua mente ci sono sicuramente le sue sorelle maggiori che le dicono: “No, basta! Non fa bene alla mente ne’ al corpo. Ci rifiutiamo di continuare”. Ma il desiderio di trovare il paradiso spinge la donna a sposare Barbablù, il mercante di droga per le vette psichiche. La promessa ingannevole del predatore è che la donna diverrà regina, invece si programma il suo assassinio.
La chiave. La piccola chiave è l’accesso al segreto che tutte le donne sanno e che pure non sanno. La donna ingenua accetta di “non sapere”. Proibire a una donna di usare la chiave della consapevolezza la priva del suo naturale istinto alla curiosità e della scoperta di “quello che sta sotto”. Decidendo di aprire la porta della stanza segreta, una donna sceglie la vita. Banalizzare la curiosità femminile nega l’introspezione, le impressioni, le intuizioni della donna. Cerca di attaccare il suo potere fondamentale. Porsi la domanda giusta è l’azione centrale della trasformazione. La domanda-chiave provoca la germinazione della consapevolezza. Le domande sono le chiavi che fanno spalancare le porte segrete della psiche. Lo Sposo - Bestia. Una donna può cercare di nascondersi le devastazioni della sua esistenza, ma l’emorragia (il sangue sulla chiave), la perdita dell’energia vitale, continuerà finche non riconoscerà il predatore per quello che è e non lo controllerà. Quando le donne aprono la porta della loro esistenza ed esaminano la carneficina, per lo più scoprono di aver permesso l’assassinio dei loro sogni, dei loro obiettivi, delle loro speranze. Quando si fa questa scoperta nella propria psiche è certo che il predatore naturale ha lavorato alla distruzione dei più cari desideri di una donna.
L’odore del sangue. Il sangue rappresenta la decimazione degli aspetti più profondi e legati all’anima della vita creativa. In questo stato la donna perde l’energia per creare. Quando la chiave sanguinante - la domanda urlante- macchia i nostri personaggi, non possiamo più nascondere i nostri travagli. Non possiamo più far finta di non aver visto la stanza della morte. L’io censorio certamente desidera dimenticare di aver visto la stanza, di aver visto i cadaveri, la sposa cerca di pulire la chiave, ma non ci riesce. Quella che prima era un’ingenua deve ora affrontare l’accaduto. Il predatore è particolarmente aggressivo nel tendere imboscate alla natura selvaggia delle donne. Per questo le domande vanno poste e devono ricevere una risposta. Il lavoro più profondo di solito è il più buio, non abbiate quindi paura di indagare il peggio, solo così è garantito un aumento del potere dell’anima. La Donna Selvaggia non teme l’oscurità più oscura, gli avanzi, gli scarti, la rovina, il fetore, il sangue, le ossa fredde, le ragazze morenti o i mariti assassini. Può vedere, sopportare, aiutare. Gli scheletri nella stanza rappresentano la forza indistruttibile del femminino.
La giovane e le sue sorelle sono capaci di spezzare il vecchio modello di ignoranza e di contemplare un orrore senza volgere altrove lo sguardo. Barbablù uccide e demolisce una donna finche non ne restano che le ossa. Noi dobbiamo osservare la cosa mortale che si è impadronita di noi, vedere il risultato del suo lavoro, registrarlo consciamente e poi agire. Trovare i corpi, seguire gli istinti, vedere, smantellare l’energia distruttiva.
Nascondersi e spiare. Per sfuggire a un predatore l’anima si nasconde sotto terra e ogni tanto fa capolino per vedere se si allontana. In Barbablù la psiche cerca di non farsi uccidere. E’ diventata astuta, chiede tempo per rinforzarsi. Quando una donna comprende di essere stata preda, sia nel mondo esterno che in quello interno, non riesce a sopportarlo. Programma l’uccisione della forza predatoria. Il suo complesso predatorio si affanna nel tentativo di bloccare tutte le vie di fuga, diviene sanguinario. In questo tempo critico addormentarsi vuol dire morire. Bisogna invece spostarsi dallo stato di vittima a quello di persona acuta, vigile, attenta. A questo punto non si deve tremare, ne’ umiliarsi.
L’urlo. I fratelli psichici sono i propulsori più muscolosi della psiche, sono la forza che può agire quando è tempo di uccidere. La donna deve esercitarsi a richiamare la sua natura combattiva, il suo vortice di vento. Quando le donne riaffiorano dall’ingenuità, portano con sé qualcosa di inesplorato, in questo caso un’energia maschile interiore. Quando questa natura del sesso opposto è in buona salute ama la donna in cui alberga e la aiuta a compiere quello che lei chiede. Più l’animus è forte e vasto, maggiori saranno le capacità con cui la donna manifesterà le sue idee e il suo lavoro creativo nel mondo esterno in modo concreto.
I mangiatori di peccati. Il corpo di Barbablù viene lasciato ai mangiatori di carogne. Nei tempi antichi esistevano i mangiatori di peccati, che si assumevano i peccati, i rifiuti della comunità. Invece di insultare il predatore della psiche, o di sfuggirgli, lo smembriamo, catturiamo i pensieri irritanti prima che diventino troppo grandi da nuocerci e li smantelliamo, contrapponendogli le verità che ci alimentano. Riprendere l’energia dal predatore e trasformarla in altro.
Barbablu è un racconto di ingenuità psichica, ma anche della possente rottura dell’ingiunzione di “apparire”.
L’uomo nero. Il sogno dell’uomo nel buio. Nella storia di Barbablu si parla della trasformazione di quattro introiezioni vaghe e indistinte: non avere visione, non avere introspezione, non avere voce, non avere azione. Per bandire il predatore dobbiamo fare il contrario. Dobbiamo spalancare la porta per vedere cosa c’è dentro la stanza. Dobbiamo usare l’introspezione e la capacità di sopportare la visione. Dobbiamo enunciare con voce chiara la nostra verità ed essere capaci di fare quanto è necessario nei confronti di ciò che vediamo..Per l’ingenua e per la donna dall’istinto leso la cura è la stessa: esercitarsi ad ascoltare l’intuito, porsi domande, essere curiosa, vedere quel che si vede, ascoltare quel che si sente, e poi agire in base a ciò che si sa essere vero.Quando facciamo sogni con l’uomo nero, un potere contrario sta sempre appostato in attesa di aiutarci. La donna selvaggia, che insegna alle donne a non essere “carine” quando si tratta di proteggere la vita dell’anima. Essere “dolci” in questi casi fa solo sorridere il predatore. Quando la vita dell’anima è minacciata non soltanto è accettabile tirare una riga, è indispensabile.


Tratto da Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés

Donne che corrono coi lupi



“…Quando facciamo valere l’intuito siamo come una notte stellata: fissiamo il mondo con migliaia di occhi…la natura selvaggia porta tutto ciò di cui una donna ha bisogno per essere e sapere. Porta il medicamento per tutto. Porta storie e sogni e parole e canzoni e segni e simboli. E’ al contempo veicolo e destinazione…Riunirsi a lei significa fissare il territorio, trovare il proprio branco, stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo indipendentemente dai suoi doni e dai suoi limiti, parlare e agire per proprio conto, in prima persona, essere consapevoli, vigili, rifarsi ai poteri femminili innati dell’intuito e della percezione, riprendere i propri cicli, scoprire a cosa si appartiene, levarsi con dignità, conservare tutta la consapevolezza possibile…
Pertanto, che siate introverse o estroverse, donne amanti di donne o di uomini, o di Dio, o tutto insieme, che possediate un cuore semplice e le ambizioni di un’amazzone, che stiate cercando di arrivare in cima o soltanto a domani, che siate mordaci o tetre, regali o impetuose, la Donna Selvaggia vi appartiene. Appartiene a tutte le donne. Per trovarla, ognuno di noi deve tornare alla sua vita istintiva, alla sua più profonda sapienza…”


Da “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estès