venerdì 16 aprile 2010

Questione di gusti - metafora o riflessione cavallina

Era nato in una fattoria né troppo grande, né troppo piccola, sui 230 cavalli. Lui era Nil, un cavallo bianco, di costituzione piuttosto delicata. Era nato, come avrebbe scoperto più tardi, in cattività, come tutti i cavalli di quella fattoria.
Fin da piccolo aveva seguito diversi corsi di addestramento dove veniva insegnato che in origine le fattorie erano state opera di una certa specie chiamata uomo. Insomma una teoria piuttosto vaga. Alcuni sostenevano che in seguito a cambiamenti climatici, inversione di poli, cambiamenti di frequenza e magnetismo del pianeta, l’uomo sarebbe passato su un altro piano di esistenza, altri invece affermavano che l’uomo fosse scomparso come conseguenza di qualche catastrofe da lui stesso prodotta.
Si raccontava ancora di cavalli liberi ,selvaggi, che l’uomo avrebbe catturato ed addomesticato per le sue necessità. Cavalli capaci di salti e velocità inimmaginabili ai giorni d’oggi, cavalli che fossero stati capaci di trovare una strada anche al buio, presentire terremoti ed altre catastrofi.
Poi appunto la scomparsa dell’uomo dal pianeta e l’evoluzione del cavallo, un cavallo razionale , la specie più evoluta presente sul pianeta.
Vivevano in condizioni assai difficili, in fattorie più o meno grandi coordinate da gruppi di cavalli scelti e fin da piccoli erano insegnati a pregare per il ritorno dell’uomo che avrebbe saputo rimettere ordine e provvedere ai loro bisogni.
Ma sinceramente Nil non credeva all’esistenza di questo meraviglioso uomo.
Era sempre più convinto che il cavallo fosse opera della natura, diciamo un qualche incidente della materia, una combinazione casuale che aveva fatto nascere la materia e le forme di vita esistenti.
A Nil piaceva tanto riflettere e seguiva tanti corsi. Beh, sinceramente a lui piaceva di più la parte teorica, gli piaceva ascoltare, riflettere, per il piano pratico diciamo che non si sentiva portato. Guardava attentamente gli altri, i loro modi di fare, il modo di correre, saltellare, mangiare anche …
Un giorno menato dalla curiosità , dalla noia, e soprattutto per causa di quell’insoddisfazione che si portava dietro da sempre, decise di cambiare fattoria. Altre usanze, altri suoni, però in fondo e in sostanza il cavallo era sempre lo stesso, un’essere complesso, difficile da comprendere. In seguito avrebbe capito che poteva cambiare quante fattorie voleva, avrebbe portato dietro sempre lo stesso Nil, quel cavallo sempre scontento , in cerca di chissà cosa.
In questa nuova fattoria si era ritrovato a seguire un corso assai interessante, un’ adattamento di una tecnica umana (beh, per modo di dire, lui all’uomo non ci credeva mica), un corso di tocco. Si parlava lì di vitalità, di sostegno, ritmi, ascolto, contatto, punti di riferimento, stabilità e movimento, crescita, di energia, di punti vitali…
E lui ne rimase affascinato.
Scopriva che il corpo conservava una sua memoria, la quale si rifletteva nel tono muscolare, nei movimenti, nelle posture, attraverso soglie percettive e sensazioni interne e che certe contratture potevano raccontare di emozioni cristallizzate, di eventi non capiti e conservati come difesa o non accettazione di un qualcosa.
Rifletteva Nil anche sui meccanismi, sui modi di agire, di reazioni condizionate , di automatismi e tattiche nate dalla necessità di tecniche e scorciatoie che permettano il minor sforzo possibile. E ancora voleva capire in qualche modo , che se è vero che tutto cambia in base al punto di riferimento, cosa che implica l’esistenza di più modelli culturali, se giudicare in termini di bene e male, buono e cattivo è piuttosto limitante, beh, se ogni cosa è complementare, allora alla fine, se il giusto e sbagliato sono così relativi, diciamo che in fin de conti le scelte diventano una questione di gusti.
E adesso che si parlava di memoria, ricordava di aver sentito racconti di cavalli che magari in seguito ad un’ incidente perdevano una zampa e loro continuavano a sentirla in qualche modo anche se questa mancava come forma fisica.
Aveva sentito anche di cavalli creduti morti e poi tornati in vita raccontavano di aver visto una luce bianca, di essersi sentiti leggeri senza alcun peso. Ne aveva incontrato anche Nil due di questi cavalli e poteva dire che erano dei tipi molto vivaci, con una grande voglia di vivere, creativi , altruisti e ottimisti.
Quindi ci sarebbe la memoria legata all’emozione e alla ripetitività di un evento, poi la memoria espressa anche nelle contrazioni del corpo, e agire su queste liberare sensazioni e ricordi; una memoria di parti del corpo anche se non più presenti e una memoria di fatti che non dovresti avere in quanto in fase inconscia. E poi ci sarebbe una memoria innata. Allora più memorie sulle quali si formava il carattere e un modello di rappresentazione della realtà.
Di nuovo gli torna in mente quel pensiero:
E se quel cavallo selvaggio, capace di cose oggi impensabili, fosse realmente esistito?
E se questo pensiero fosse in qualche relazione con quella memoria (mente profonda) con programmi di base, la memoria ereditata?
E se fosse possibile ricuperare quelle straordinarie capacità?
Considerare questa possibilità lo faceva stare bene, si sentiva più forte e nuove idee gli venivano incontro.
Così la vita diventava il terreno di manifestazione di infinite possibilità dove le forme di vita sono immagini riflesse su realtà multiforme dentro le quali diventa possibile allargare i propri confini per fare posto a nuove sensazioni, nuovi profumi e sapori ancora più decisi e più ricchi di sensi, possibile muoversi nella direzione dei propri sogni per uscire dalle gabbie strette e soffocanti delle ordinarie convinzioni.

Alina

mercoledì 24 marzo 2010

Un altro tempo

C’era una volta, e continuano alcune fiabe rumene, perché se non ci fosse stato, non si sarebbe raccontato…

Dunque c’era una bambina nata e cresciuta in città. Come tanti altri bambini. E come tanti altri bambini ancora , alcuni giorni delle vacanze estive li passava dai nonni, che abitavano pure in città , ma in estate si trasferivano per un periodo in campagna.
La casa dei nonni era quasi in margine al villaggio, dopo il quale iniziava , il parco lo chiamavano, ma era piuttosto un piccolo bosco con un castello dentro , un frutteto , un piccolo cimitero. Una volta erano appartenuti ad un nobile, adesso erano un po’ di tutti. E la bambina ci andava spesso, tante volte col nonno. Al castello c’erano tanti fiori, e sui muri tanti di quelle teste di leoni e ogni volta che li vedeva con la bocca aperta le veniva da infilarci dentro la manina. Tanto non mordevano mai. Poi tra gli alberi le capitava di vedere qualche scoiattolo dalla coda rossa e folta (anni dopo ne avrebbe visti in un posto di montagna una specie più piccola , nera e si chiamavano tutti Marianna), i picchi di cui si dicevano che fossero i dottori degli alberi e le lucciole. A volte ne prendeva qualcuna e la metteva in qualche scatolina trasparente. Pensava dovessero essere contente di avere una loro casetta, poi le scopriva morte e sorgeva il sospetto che non fossero tanto contente di essere inscatolate.
Come quei pulcini tutti morbidi e bellini che tremavano forte, forte quando li prendeva tra le mani. E il gatto che stufo di esser tirato per la coda, graffiava forte e scappava.
Ogni tanto andava col nonno o qualche amica più grande al pozzo per prendere acqua e le dicevano di fare attenzione, non sporgersi troppo, perché la dentro c’era qualcuno che tirava dentro i bambini troppo curiosi. E la bambina ci guardava dentro, e sì, veramente c’era qualcuno là. Ma il pozzo era profondo e non si vedeva bene chi o cosa fosse. Pure la sua voce era diversa quando ci gridava dentro. Comunque si era proposto di guardarci solo quando c’era qualcuno intorno si sa mai…
Poi le avevano detto, ogni qualvolta andava in giro da sola, di salutare le persone anche se non le conosceva. E lei da brava bambina eseguiva. Ma grande era la sua sorpresa quando al suo saluto le persone rispondevano con un grande sorriso e le domandavano di chi fosse. In città si salutavano solo i conosciuti, quali in fretta passavano oltre e quindi questi sconosciuti volevano sapere di lei?
E cosa voleva dire : di chi sei? Era forse di qualcuno?
Una volta , mentre era insieme alla sua amica migliore che abitava nel villaggio, incontrarono una vecchia, vestita in modo strano e con un solo dente. Non fosse stato per il fatto che l’avevano già informata altri bambini che le streghe non esistono , e che era in compagnia, sarebbe scappata dimenticando la buona educazione. Altro che entrare nella casa della signora. E c’era pure il forno! Meglio guardare da un’altra parte. Stupore nel sentire da quella signora, mentre parlava con loro, che anche lei leggeva le fiabe!
Poi c’erano le mucche che la sera facevano ritorno a casa e lei scappava subito nel giardino dei nonni. Si meravigliava di come sapevano venire da sole a casa quelle mucche e fermarsi davanti al cancello dei loro padroni. Aveva sentito l’espressione “ Guardare come la mucca davanti ad un cancello nuovo” e pensava, allora se qualcuno voleva fare uno scherzo e cambiare cancello, chissà se la mucca passava oltre e rimaneva fregata. Tanto a lei facevano un po’ antipatia quelle mucche e a lei non piaceva neanche il latte…
Quando pioveva si metteva in veranda sbirciando tra i grappoli d’uva ancora verdi. Ogni tanto ne assaggiava qualche chicco, brrr, che asproooo.
Il melo nel giardino preparava le sue buone mele, le prugne e le pere si potevano già mangiare. Qualche volta la nonna la mandava a raccogliere una certa pianta che lei chiamava la coda del topolino e usava molto per le tisane.
E la sera si cenava a lume di candela ascoltando i nonni o raccontando la giornata.
E poi si faceva ritorno in città. Di nuovo la scuola, gli amici, i giochi, i libri, il pianoforte…
Ricorda ancora quel giorno , prima delle vacanze estive, di incontro tra i suoi colleghi della classe di pianoforte ed i loro genitori. Si organizzava una festa di fine anno e ognuno doveva esibire un pezzo. La sala era bellissima, con tante luci, specchi, un bel pianoforte nero a coda e tanti fiori intorno.
Che paura quel giorno! La bambina avrebbe voluto scappare, ma non volendo deludere , non ha detto niente e quando è arrivato il suo turno si è alzata e ha suonato come meglio poteva. Finito il pezzo si è sentita di colpo molto sollevata e quando ha sentito gli applausi e qualche “Brava!” le è sembrato di sentirsi in un certo modo, come svegliata in quel momento per il rumore e fatto un inchino se n'è andata molto stranita.
Lasciamo la bambina dentro ai ricordi a continuare le sue scoperte.

Ma è rimasto sospeso in aria quel pensiero della paura e la voglia di fuggire. E se magari tutti gli artisti un giorno scappassero ? “ Spiacenti, stasera niente spettacolo, il protagonista ha troppo paura, si riprova domani. ”
In realtà in tanti lo fanno veramente. Ogni giorno qualcuno scappa, ogni giorno qualcuno evita, qualcuno rinvia per un'altra volta quando si sentirà più preparato, più forte, più coraggioso…
Chissà se poi alla fine del nostro spettacolo ci sembrerà, come alla bambina, di destarci di colpo in un altro tempo, con un forte sentimento di consenso, di piacere condiviso e finita la parte, finalmente la PACE…

Alina

giovedì 28 gennaio 2010

Specchio, specchio delle mie brame...

Quando avevo 16 anni, esattamente la metà di quelli di adesso, pensavo che gli adulti avessero torto a non darci molto conto a noi giovani, che io per quegli anni di scuola ero più colta di molti di loro (aaah!) e che avevo già capito tante cose, che insomma da quel momento in poi mi consideravo così saggia e che la vita ormai non aveva più segreti per me.
Ah, l’arroganza della gioventù, ah l’incoscienza dell’ignoranza!
In seguito la vita , pur scappando il più possibile, non mi ha risparmiata e colpo su colpo è riuscita a smussare la mia arroganza.
Quanto mi credevo brava e intelligente a 16 anni!
Chino la testa e riconosco la mia ignoranza, la mia piccolezza. Proprio per essermi creduta più di quanto non fossi da una parte, e meno di quello che ero da un’altra parte, sono riuscita a fare e scoprire così poco che mi pare di non avere neanche vissuto, ma solo sognato di farlo.
In un certo senso mi sembra di non essere stata viva che per pochissimi istanti e allo stesso tempo mi pare di essere già morta a quella di prima.
Quindi prima non eri viva e adesso sei morta? Eh?
Se vorrò tornare a vivere, di una vita più vera, allora dovrò fare molta attenzione a non cadere più:
Nella trappola dei rivoltati.
Nella trappola dei giusti che vogliono dimostrare che tutto quello che fa guadagnare qualcuno è sbagliato, che la religione e la politica non hanno valori.
Nella trappola di quelli che ti additano dicendoti di essere cieco e non ti accettano fino a quando non fai e dici come loro.
Nella trappola di chi si dà il nome di un'altra realtà per poi metterti sempre davanti immagini di sofferenza invitandoti a combatterli.
Ma io non voglio lottare contro, perché la lotta mi dà l’idea della violenza. E con la violenza non si raggiungerà mai la pace. Mettendoti sempre davanti gli orrori, le ingiustizie, parlarne sempre, combatterli, non fa che aumentare il loro potere, perpetuare la paura, la rivolta e la violenza. Quello che fa paura indebolisce, mentre la bellezza dona sempre forza, vitalità.
Perciò io voglio lavorare per. Per la mia crescita, per la mia pace e quella degli altri, per la bellezza, per l’amore.
Con la lotta si va sempre in cerchio. Invece noi abbiamo bisogno di una spirale, di modo che ci sia solo l’illusione di tornare al punto di partenza. Ci deve essere una crescita.
Che poi alla fine si potrebbe concludere tutto con un cerchio. Ma in quel cerchio non sei lo stesso della partenza. Sei sempre te stesso in essenza, ma nel lavoro della coscienza sei uno che ha perso tanto del bagaglio iniziale, una perdita, meglio dire una rinuncia necessaria per fare posto a un nuovo più consapevole.
Alla fine magari possiedi un numero uguale di conoscenze, di qualità, ma la loro materia è diversa, fatta di luce, fatta di intercorrispondenza.
Come nella fiaba Biancaneve, chi crede di essere apprezzabile per la sua bellezza di questa facendosi un’identità e cerca di danneggiare un altro per non sentirsi sminuito, questi perderà la sua bellezza, ma chi la sua bellezza la vede come qualcosa di perfettibile e in nessun caso superiore ad un’altra, allora questa sua iniziale bellezza lo condurrà verso qualcosa di nuovo, di più grande ancora...
Come diceva il buon Pascal?
“ Non bisogna che l’uomo creda di essere uguale alle bestie, o agli angeli, né ch’egli ignori l’una e l’altra cosa, ma bisogna che conosca entrambe.
419. Non tollererò che si adagi né nell’una né nell’altra cosa, affinché essendo senza sostegno e senza riposo…
420. S’egli si vanta, io l’umilio, se si umilia lo vanto; e sempre lo contraddico, finché non si renda conto di essere un mostro incomprensibile.
421. Alla stessa stregua biasimo e coloro che prendono la risoluzione di lodare l’uomo, e coloro che prendono quella di biasimarlo, e coloro che prendono quella di pensare ad altro; e posso approvare soltanto coloro che cercano gemendo.
422. E’ buona cosa essere stanchi e spossati per l’inutile ricerca del vero bene, al fine di tendere le braccia al Liberatore.
423. Contrarietà. Dopo aver mostrato la bassezza e la grandezza dell’uomo. - L’uomo valuti a questo punto il suo valore. Ami se stesso, perché c’è in lui una natura capace di bene; ma non ami per questo le bassezze che sono in essa. Disprezzi se stesso, perché quella capacità è vacua; ma non disprezzi per questo tale capacità naturale. Odi se stesso, ami se stesso: egli ha in sé la capacità di conoscere la verità e si essere felice; ma non possiede alcuna verità costante o soddisfacente.
Vorrei dunque portare l’uomo a desiderare di trovarne, a essere pronto e libero dalle passioni, per seguirla dove la troverà, sapendo quanto la sua conoscenza sia oscurata dalle passioni; vorrei davvero che egli odiasse in sé la concupiscenza che riesce da sé a farlo determinare, affinché essa non lo accechi nel fare la scelta, e non lo arresti, a scelta avvenuta.
424. Tutte queste contrarietà, che sembrano maggiormente allontanarmi dalla conoscenza della religione, son proprio quelle che mi hanno più presto condotto a quella vera.”

Alina

lunedì 4 gennaio 2010

FESTINA LENTE

E tecnologia fu! E così avemmo anche la televisione, i cellulari , i computer e l’Internet. Ci scoprimmo affamati di bellezza, di notizie, di contatto e di relazioni. Fummo sopraffatti dalla quantità di informazioni e di cose da fare.
E di colpo qualcuno si è sentito stanco, come alla fine di una lunga, angosciosa corsa.
Da troppo tempo che inghiottiamo quantità enormi di informazioni. E' giusto che adesso impariamo a distinguere tra il superfluo e la necessità.

Ogni tanto prendiamoci del tempo per guardare le cose come se fosse la prima volta che le vediamo, ogni tanto ascoltiamo il nostro respiro ed il silenzio dietro il rumore.
Rallentiamo la corsa e ricordiamoci dei nostri veri bisogni.
Ricordiamoci di vivere!

Alina

lunedì 28 dicembre 2009

Lettere contro la guerra, Terzani

LETTERA DALL'HIMALAYA
Che fare?
Nell'Himalaya indiana, 17 gennaio 2002   

Mi piace essere in un corpo che ormai invecchia. Posso guardare le montagne senza il desiderio di scalarle. Quand'ero giovane le avrei volute conquistare. Ora posso lasciarmi conquistare da loro. Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l'uomo si sente ispirato, sollevato. Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci è diffìcile riconoscerla. Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo, attraverso i secoli, tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell'Himalaya sperando di trovare in queste altezze le risposte che sfuggivano loro restando nelle pianure. Continuano a venire.
L'inverno scorso davanti al mio rifugio passò un vecchio sanyasin vestito d'arancione. Era accompagnato da un discepolo, anche lui un rinunciatario.
" Dove andate, Maharaj? " gli chiesi.
"A cercare dio", rispose, come fosse stata la cosa più ovvia del mondo.
Io ci vengo, come questa volta, a cercare di mettere un po' d'ordine nella mia testa. Le impressioni degli ultimi mesi sono state fortissime e prima di ripartire, di "scendere in pianura" di nuovo, ho bisogno di silenzio. Solo così può capitare di sentire la voce che sa, la voce che parla dentro di noi. Forse è solo la voce del buon senso, ma è una voce vera.
Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo.
L'esistenza qui è semplicissima. Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l'acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco - a volte anche un leopardo -, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all'osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore ad ogni piccola cosa. La semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.
A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d'impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.
Eppure, dinanzi alla complessità di meccanismi disumani - gestiti chi sa dove, chi sa da chi - l'individuo è sempre più disorientato, si sente perso, e finisce così per fare semplicemente il suo piccolo dovere nel lavoro, nel compito che ha dinanzi, disinteressandosi del resto e aumentando così il suo isolamento, il suo senso di inutilità. Per questo è importante, secondo me, riportare ogni problema all'essenziale. Se si pongono le domande di fondo, le risposte saranno più facili.
Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica l'affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l'economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?
" In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci, "si dice. " Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova?" rispose Gandhi a chi gli faceva questa solita, banale obbiezione. L'idea che l'uomo possa rompere col proprio passato e fare un salto evolutivo di qualità era ricorrente nel pensiero indiano del secolo scorso. L'argomento è semplice: se l'homo sapiens, quello che ora siamo, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest'uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto col prossimo e meno rapace nei confronti del resto dell'universo?
E poi: siccome questa evoluzione ha a che fare con la coscienza, perché non provare noi, ora, coscientemente, a fare un primo passo in quella direzione? Il momento non potrebbe essere più appropriato visto che questo homo sapiens è arrivato ora al massimo del suo potere, compreso quello di distruggere sé stesso con quelle armi che, poco sapientemente, si è creato.
Guardiamoci allo specchio. Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi millenni abbiamo fatto enormi progressi. Siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare sott'acqua come pesci, andiamo sulla luna e mandiamo sonde fin su Marte. Ora siamo persino capaci di donare la vita. Eppure, con tutto questo progresso non siamo in pace né con noi stessi né col mondo attorno. Abbiamo appestato la terra, dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e reso infernale la vita degli animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo " amici " e che coccoliamo finché soddisfano la nostra necessità di un surrogato di compagnia umana.
Aria, acqua, terra e fuoco, che tutte le antiche civiltà hanno visto come gli elementi base della vita - e per questo sacri - non sono più, com'erano, capaci di auto-rigenerarsi naturalmente da quando l'uomo è riuscito a dominarli e a manipolarne la forza ai propri fini. La loro sacra purezza è stata inquinata. L'equilibrio è stato rotto.
Il grande progresso materiale non è andato di pari passo col nostro progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l'uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco. Da qui l'idea che l'uomo, coscientemente, inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicità, dovrebbe rivolgersi anche all'esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di sé.
Idee assurde di qualche fachiro seduto su un letto di chiodi? Per niente. Queste sono idee che, in una forma o in un'altra, con linguaggi diversi, circolano da qualche tempo nel mondo. Circolano nel mondo occidentale, dove il sistema contro cui queste idee teoricamente si rivolgono le ha già riassorbite, facendone i " prodotti " di un già vastissimo mercato " alternativo " che va dai corsi di yoga a quelli di meditazione, dall'aromaterapia alle " vacanze spirituali " per tutti i frustrati della corsa dietro ai conigli di plastica della felicità materiale. Queste idee circolano nel mondo islamico, dilaniato fra tradizione e modernità, dove si riscopre il significato originario di jihad, che non è solo la guerra santa contro il nemico esterno, ma innanzitutto la guerra santa interiore contro gli istinti e le passioni più basse dell'uomo.
Per cui non è detto che uno sviluppo umano verso l'alto sia impossibile. Si tratta di non continuare incoscientemente nella direzione in cui siamo al momento. Questa direzione è folle, come è folle la guerra di Osama Bin Laden e quella di George W. Bush. Tutti e due citano Dio, ma con questo non rendono più divini i loro massacri.
Allora fermiamoci. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla prospettiva dei nostri pronipoti. Guardiamo all'oggi dal punto di vista del domani per non doverci rammaricare poi d'aver perso una buona occasione. L'occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l'etica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l'idea di una civiltà superiore a un'altra è solo frutto di ignoranza, che l'armonia, come la bellezza, sta nell'equilibrio degli opposti e che l'idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega. Come sarebbe il giorno senza la notte? La vita senza la morte? O il Bene? Se Bush riuscisse, come ha promesso, a eliminare il Male dal mondo?
Questa mania di voler ridurre tutto ad una uniformità è molto occidentale. Vivekananda, il grande mistico indiano, viaggiava alla fine dell'Ottocento negli Stati Uniti per far conoscere l'induismo. A San Francisco, alla fine di una sua conferenza, una signora americana si alzò e gli chiese: "Non pensa che il mondo sarebbe più bello se ci fosse una sola religione per tutti gli uomini?" "No", rispose Vivekananda. "Forse sarebbe ancora più bello se ci fossero tante religioni quanti sono gli uomini. "
" Gli imperi crescono e gli imperi scompaiono ", dice l'inizio di uno dei classici della letteratura cinese, 77 Romanzo dei Tre Regni. Succederà anche a quello americano, tanto più se cercherà d'imporsi con la forza bruta delle sue armi, ora sofisticatissime, invece che con la forza dei valori spirituali e degli ideali originali dei suoi stessi Padri Fondatori.
I primi ad accorgersi del mio ritorno quassù sono stati due vecchi corvi che ogni mattina, all'ora di colazione, si piazzano sul deodar, l'albero di dio, un maestoso cedro davanti a casa e gracchiano a più non posso finché non hanno avuto i resti del mio yogurt - ho imparato a farmelo - e gli ultimi chicchi di riso nella ciotola. Anche se volessi, non potrei dimenticarmi della loro presenza e di una storia che gli indiani raccontano ai bambini a proposito dei corvi. Un signore che stava, come me, sotto un albero nel suo giardino, un giorno non ne poté più di quel petulante gracchiare dei corvi. Chiamò i suoi servi e quelli con sassi e bastoni li cacciarono via. Ma il Creatore, che in quel momento si svegliava da un pisolino, si accorse subito che dal grande concerto del suo universo mancava una voce e, arrabbiatissimo, mandò di corsa un suo assistente sulla terra a rimettere i corvi sull'albero.
Qui, dove si vive al ritmo della natura, il senso che la vita è una e che dalla sua totalità non si può impunemente aggiungere o togliere niente è grande. Ogni cosa è legata, ogni parte è l'insieme.
Thich Nhat Hanh, il monaco vietnamita, lo dice bene a proposito di un tavolo, un tavolino piccolo e basso come quello su cui scrivo. Il tavolo è qui grazie ad una infinita catena di fatti, cose e persone: la pioggia caduta sul bosco dove è cresciuto l'albero che un boscaiolo ha tagliato per darlo a un falegname che lo ha messo assieme coi chiodi fatti da un fabbro col ferro di una miniera... Se un solo elemento di questa catena, magari il bisnonno del falegname, non fosse esistito, questo tavolino non sarebbe qui.
I giapponesi, ancora quando io stavo nel loro paese, pensavano di proteggere il clima delle loro isole non tagliando le foreste giapponesi, ma andando a tagliare quelle dell'Indonesia e dell'Amazzonia. Presto si son resi conto che anche questo ricadeva su di loro: il clima della terra mutava per tutti, giapponesi compresi.
Allo stesso modo, oggi non si può pensare di continuare a tenere povera una grande parte del mondo per rendere la nostra sempre più ricca. Prima o poi, in una forma o nell'altra, il conto ci verrà presentato. O dagli uomini o dalla natura stessa.
Quassù, la sensazione che la natura ha una sua presenza psichica è fortissima. A volte, quando tutto imbacuccato contro il freddo mi fermo ad osservare, seduto su un grotto, il primo raggio di sole che accende le vette dei ghiacciai e lentamente solleva il velo di oscurità, facendo emergere catene e catene di altre montagne dal fondo lattiginoso delle valli, un'aria di immensa gioia pervade il mondo ed io stesso mi ci sento avvolto, assieme agli alberi, gli uccelli, le formiche: sempre la stessa vita in tante diverse, magnifiche forme.
E' il sentirsi separati da questo che ci rende infelici. Come il sentirci divisi dai nostri simili. "La guerra non rompe solo le ossa della gente, rompe i rapporti umani ", mi diceva a Kabul quel vulcanico personaggio che è Gino Strada. Per riparare quei rapporti, nell'ospedale di Emergency, dove ripara ogni altro squarcio del corpo, Strada ha una corsia in cui dei giovani soldati talebani stanno a due passi dai loro "nemici", soldati dell'Alleanza del Nord. Gli uni sono prigionieri, gli altri no; ma Strada spera che le simili mutilazioni, le simili ferite li riavvicineranno.
Il dialogo aiuta enormemente a risolvere i conflitti. L'odio crea solo altro odio. Un cecchino palestinese uccide una donna israeliana in una macchina, gli israeliani reagiscono ammazzando due palestinesi, un palestinese si imbottisce di tritolo e va a farsi saltare in aria assieme a una decina di giovani israeliani in una pizzeria; gli israeliani mandano un elicottero a bombardare un pulmino carico di palestinesi, i palestinesi... e avanti di questo passo. Fin quando? Finché son finiti tutti i palestinesi? tutti gli israeliani? tutte le bombe?
Certo: ogni conflitto ha le sue cause, e queste vanno affrontate. Ma tutto sarà inutile finché gli uni non accetteranno l'esistenza degli altri ed il loro essere eguali, finché noi non accetteremo che la violenza conduce solo ad altra violenza.
" Bei discorsi. Ma che fare? " mi sento dire, anche qui nel silenzio.
Ognuno di noi può fare qualcosa. Tutti assieme possiamo fare migliaia di cose.
La guerra al terrorismo viene oggi usata per la militarizzazione delle nostre società, per produrre nuove armi, per spendere più soldi per la difesa. Opponiamoci, non votiamo per chi appoggia questa politica, controlliamo dove abbiamo messo i nostri risparmi e togliamoli da qualsiasi società che abbia anche lontanamente a che fare con l'industria bellica. Diciamo quello che pensiamo, quello che sentiamo essere vero: ammazzare è in ogni circostanza un assassinio.
Parliamo di pace, introduciamo una cultura di pace nell'educazione dei giovani. Perché la storia deve essere insegnata soltanto come un'infinita sequenza di guerre e di massacri?
Io, con tutti i miei studi occidentali, son dovuto venire in Asia per scoprire Ashoka, uno dei personaggi più straordinari dell'antichità; uno che tre secoli prima di Cristo, all'apice del suo potere, proprio dopo avere aggiunto un altro regno al suo già grande impero che si estendeva dall'India all'Asia centrale, si rende conto dell'assurdità della violenza, decide che la più grande conquista è quella del cuore dell'uomo, rinuncia alla guerra e, nelle tante lingue allora parlate nei suoi domini, fa scolpire nella pietra gli editti di questa sua etica. Una stele di Ashoka in greco ed aramaico è stata scoperta nel 1958 a Kandahar, la capitale spirituale del mullah Omar in Afghanistan, dove ora sono accampati i marines americani. Un'altra, in cui Ashoka annuncia l'apertura di un ospedale per uomini ed uno per animali, è oggi all'ingresso del Museo Nazionale di Delhi.
Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l'insicurezza, l'ingordigia, l'orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi.
Riprendiamo certe tradizioni di correttezza, reimpossessiamoci della lingua, in cui la parola " dio " è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire " fare l'amore " e non " fare sesso ". Alla lunga, anche questo fa una grossa differenza.
È il momento di uscire allo scoperto, è il momento d'impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi.
Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l'uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei suoi passi si fa forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all'ombra di un albero. Facciamo lo stesso.
Visti dal punto di vista del futuro, questi sono ancora i giorni in cui è possibile fare qualcosa. Facciamolo. A volte ognuno per conto suo, a volte tutti assieme. Questa è una buona occasione.
Il cammino è lungo e spesso ancora tutto da inventare. Ma preferiamo quello dell'abbrutimento che ci sta dinanzi? O quello, più breve, della nostra estinzione?
Allora: Buon Viaggio! Sia fuori che dentro.

lunedì 21 dicembre 2009

Il Quarto Mago

" Si avvicinava la primavera. La neve iniziava a sciogliersi …

Il Monaco stava seduto su una sedia bassa e guardava… guardava nutrendo la sua anima… e non ne aveva mai abbastanza. Sentiva in tutto il suo essere questo risveglio travolgente della natura che prendeva pure lui dandogli forze insospettate. ..
Adesso sedeva e riposava sotto i raggi tiepidi del sole… sonnecchio persino un po’. La notte che era appena passata aveva vegliato alla testa di un ragazzino che due genitori addolorati gli avevano portato la sera prima, avvolto in una coperta. Solo dieci primavere aveva vissuto e all’improvviso… era cadute molle, senza voce ed era entrato in uno stato che sembrava sonno; la respirazione si percepiva appena e non rispondeva più ai richiami preoccupati dei genitori. Quelli del villaggio hanno provato a trovargli una cura, ma non ci sono riusciti. E allora i genitori presero il bambino in una coperta, sulla schiena e così, con lacrime di dolore erano arrivati sù in montagna, alla grotta. Neanche sapevano bene come; ma qui era la loro ultima speranza. Il Monaco aveva guardato a lungo il ragazzino, accarezzò la sua testolina e poi, alzandosi e guardando verso i genitori domandò:
- Che parole di offesa avete pronunciato e con chi?
Tra i pianti la donna iniziò a dire qualcosa sulla gente del villaggio , alcuni malintesi; quelli avevano detto parole pesanti… e le parole hanno raggiunto il ragazzo. “ ma che colpa ne ha lui, che è ancora bambino e innocente; che soffriamo noi e che lui viva!”
L’uomo stava con la testa abbassata e non diceva niente, sembrava che macinava il suo dolore. Scuotendo la testa per rimprovero, il Monaco iniziò a dire con tristezza:
- Persone grandi che siete! … Il male delle parole non esisterebbe se non esistesse prima dentro l’uomo. Lì vive, mostrando verso i due, e da lì mostra i suoi denti. E spesso morde i più innocenti, più fragili, più puliti. Perché se mordesse voi neanche lo notereste; così soffrite per il bambino… magari capirete qualcosa.
Non siete voi quelli con cui ho parlato anni addietro , quando avevate litigato con dei vicini, e il tuo uomo si era fratturata la gamba; non è così, donna? Non avete capito niente e guarda dove siete arrivati. Adesso non è così facile… e se non farete come dirò…non so veramente che ne sarà del bambino!
- Perdonaci, Monaco e aiuta il piccolo! Faremo come dici!
- Il cielo e la gente devono perdonarvi, e adesso tornatevene nel villaggio. Lungo il cammino pregate per il ragazzo e per le vostre anime che Zamolxe vi aiuti e lumini. Poi fate bene a fare pace con il villaggio, con il vicino, lasciate gioia dove avete offeso… pregate per il perdono, per quelle fatte o non fatte, ma pensate, - con piccolo e grande fate pace…siate come buoni fratelli e non lasciate che pensiero o cattiva parola torni tra di voi.
Il ragazzo lasciatelo qui. Tornerà da solo quando tutto sarà buono da voi. Adesso andate!
E, lasciadoli con i loro pensieri si avvicino al ragazzo. Le ore della notte le ha passate in veglia silenziosa alla sua testa. La candela bruciava in un angolo con una luce calda e un piacevole odore… Il Monaco, con le braccia alzate verso il cielo, era come una statua della preghiera per la vita; a tratti abbassava le mani e li passava lentamente sopra il ragazzo, dalla testa verso i piedi, come se accarezzasse senza toccarli. Dopo tempo mise entrambe le mani sopra la tesa del bambino e stette così, con la testolina tra le mani, un tempo…non sapeva quanto, solo che tra le crepe dell’entrata iniziava a intravedersi la luce del mattino. Le guance del ragazzo si erano un po’ colorate e il respiro alleggerito mostrava un sonno tranquillizzante e profondo. Solo allora il Monaco si alzò e usci per dare il benvenuto al sole come ad ogni inizio di giornata. I primi raggi correvano già sulla volta celeste , annunciando il suo arrivo senza ritardo e spingendo da un lato le falde del buio.
Rivolto verso l’astro della luce e del calore della vita, ringraziò il Cielo per il ragazzo, poi si sedette sulla sedia bassa, appoggiato alla roccia, sotto il sole, per riposare.”


Tratto da " Il Quarto Mago" di Alessandra Dumitriu

venerdì 11 dicembre 2009

Fantasia (?)

Come passa veloce il tempo! Quasi ieri ero ancora bambino, poi adolescente, dopo, sempre un anno in più... Un giorno mi sono reso conto che avevo sempre meno impegni, e oggi mi ritrovo vecchio e stanco. Guardo indietro e mi vedo fare salti tra un impegno e altro, famiglia, amici, studi, riconoscimenti e tanto, tanto lavoro. Una vita buona, perché no, non ho mai sofferto la fame, il freddo, la tortura...

Eppure oggi mi sento triste... Avrei voluto più tempo...
Lungo la strada mi è capitato qualche volta di incontrare delle persone, come dire, un po' strane, un po' diverse. Mi parlavano della vita come un viaggio, di tante cose ancora da scoprire, dicevano di sentirsi troppo in superficie e di voler andare più in profondità. Parlavano della vita come se fosse un mare e noi, la maggior parte, arenati sulla spiaggia a costruire castelli di sabbia. Mi dicevano di voler essere come le barche e andare viaggiando noncuranti tra le onde. E passavano tanto tempo immersi in quel loro mare.
Per parlare come loro, anch’io ci andavo al mare, come no? Solo che quelli là volevano passare il più tempo possibile nel mare, non lo so, provando forse a diventare barche?
Di questi qua alcuni costruivano pure loro e se capitava che un’ onda distruggeva tutto ridevano e costruivano qualcosa di più bello e più duraturo dicendo di aver scoperto che più simile al mare è una cosa, più  lunga sarà la sua vita.
Altri non costruivano per niente. Giravano di qua e di là dicendo di aver già costruito tempo fa e che non ne erano più interessati, o se capitava di fare qualcosa era così simile al mare che i più non la potevano nemmeno intravedere.
Ricordo una ragazza…Diceva di provare ad andare in alto mare, ma siccome non era abbastanza forte, abbastanza sperimentata, le onde più grandi finivano sempre per buttarla sulla spiaggia. E quando ci incontravamo mi mostrava alcune volte piangendo, altre volte ridendo, i suoi lividi, o mi parlava di qualche strana creatura vista nel mare. A volte portava delle conchiglie che lasciava sulla spiaggia per chi ne avesse avuto bisogno.
Mi invitava spesso al mare. Diceva che le piaceva di più andarci in compagnia, provare a scoprire anche con l’aiuto degli altri un modo per andare al largo.
Ma io ero troppo impegnato, non avevo il tempo per simili svaghi. Non mi potevo allontanare per molto, capitava mai un’onda più grande e rovinava tutto quello che avevo costruito con tanto sforzo?
E lei mi ripeteva sempre che nel mare avrei trovato materiali migliori per costruire, che avrei potuto costruire anch’io cose più resistenti perché più simili al mare.
Era solo fantasia sua, un modo per soffrire meno sulla spiaggia? Forse la vita non è tutta qua... Forse veramente c'era molto di più da scoprire, da sentire, da vivere...
Da giovane mi sentivo forte e ancora in tempo per provare tante strade, tante cose. Alla fine sono andato solo per una strada e adesso sono già vecchio. E stanco…
Zzzzzzzzzz!! Zzzzzzzzzzzzzzzz! Zzzzzzzzzzzzzzzzzz!
Cos’è questo rumore?!
Ah! La sveglia! Stavo solo sognando!
Oh, meno male! Sono ancora giovane!

Alina